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Paolo Zangrillo: "Nella PA introduciamo il merito"

di Pietro Senaldilunedì 6 luglio 2026
Paolo Zangrillo: "Nella PA introduciamo il merito"

4' di lettura

«I giovani chiedono possibilità di fare carriera e stipendi adeguati. Se vuoi attirarli per farli lavorare nella Pubblica Amministrazione la strada maestra è puntare sul merito».

Quindi serve una rivoluzione copernicana?
«Non proprio. Solo quattro anni fa, prima che questo governo entrasse in carica, il tasso di insoddisfazione dei cittadini rispetto agli uffici pubblici era del 52%. Oggi siamo scesi al 39%, in linea con il dato medio dell’Unione Europea».

Merito è un concetto poco sindacale...
«E infatti in Parlamento la nostra riforma è stata contestata da due sindacaliste, Susanna Camusso (Pd-Cgil) e Annamaria Furlan (Iv-Cisl)».

II sindacalisti pensionati in Parlamento sono indietro rispetto a quelli con i quali ha rinnovato tutti i contratti della Pubblica Amministrazione, caso unico nella storia italiana?
«Alla fine sono riuscito a far firmare perfino i delegati di Maurizio Landini, che oggi sono al tavolo delle trattative con noi».

Paolo Zangrillo è uno dei pochi ministri che è riuscito a sottrarsi al fuoco di sbarramento dell’opposizione, malgrado gestisca un settore storicamente gravido di tensioni. Il suo segreto sono i risultati. Quando ha preso in carico la Pubblica Amministrazione l’età media dei tre milioni e quattrocentomila dipendenti dello Stato era di 52 anni, i concorsi duravano 780 giorni è il personale calava da 18 anni. Oggi l’età media è scesa a 48 anni, i concorsi durano quattro mesi e il personale è in crescita, grazie anche a 650mila nuove assunzioni. In più c’è la politica contrattuale: rinnovata subito la tornata 2019-2022, che era scaduta, ha rispettato i tempi per quella 2022-2024 e ha già chiuso istruzione e funzioni centrali per il triennio 2025-2027. L’ultima sfida è la riforma del merito, approvata ieri in Senato dopo il sì della Camera, a fine 2025. Inserisce due novità fondamentali. La prima è il tetto del 30% per i giudizi d’eccellenza. La seconda è la possibilità di far carriera anche sul campo, come nelle aziende private, promossi dai responsabili, e non solo con i concorsi.

Il tetto ai giudizi d’eccellenza, propedeutici ai premi non rischia di scontentare i dipendenti pubblici, ministro?
«Non credo. Oggi ottiene il giudizio positivo il 99% del personale, ma dire che sono tutti bravi è come dire che in fondo non lo è nessuno. La conseguenza è che non c’è spinta al miglioramento attraverso il lavoro né a puntare sui meccanismi di premialità. In sostanza lo ha detto anche la Corte dei Conti, nella lettera che mi ha scritto nel 2023 ».

L’aggiramento del concorso pubblico non sbatte contro l’articolo 97 della Costituzione, che sancisce l’accesso al pubblico impiego solo per concorso?
«Guardi, la riforma ha avuto un lungo percorso di confronto anche sul lato della sua compatibilità costituzionale. Essa non abolisce i concorsi. Prevede però che il 30% delle promozioni possa avvenire per scalata interna o assunzione su segnalazione del gruppo dirigente dell’azienda pubblica, ma dopo almeno cinque anni di lavoro e salvo il giudizio positivo di una commissione esterna sorteggiata».

E se le dicessero che è un modo per cooptare la classe dirigente?
«Me l’hanno già detto, ma il percorso scoraggia qualsiasi cooptazione. E poi sa cosa ha detto in un’intervista Andrea Crisanti, il medico anti-Covid eletto parlamentare nelle liste del Pd? Che non ha mai visto un concorso nella sanità dove non si conoscesse già prima il nome del vincitore. La riforma combatte la cooptazione».

Ma secondo lei, che viene dal settore privato e ha esperienza nelle risorse umane, nella politica c’è il merito?
«Le rispondo con un parallelismo. La mia riforma vuol promuovere chi si è distinto sul campo, perché non è detto che chi vince un concorso poi sappia lavorare bene. Così in politica non credo che le preferenze premino necessariamente chi sa realizzare un programma di governo; capacità di ottenere voti e capacità amministrative non sempre coincidono. Credo che gli elettori sono chiamati a votare un programma e poi alla politica spetti scegliere gli uomini che meglio possono realizzarlo».

Alla fine la sua riforma sarà una delle cose più importanti che ha fatto questo governo?
«Non spetta a me dirlo. E poi abbiamo ancora più di un anno di lavoro davanti».

Come va impiegato per rivincere?
«Dimostrando serietà e cercando di farci distrarre il meno possibile dal clima da campagna elettorale che già si respira. Gli elettori vogliono essere ascoltati più che ascoltare; e non amano le polemiche».

La polemica con Donald Trump ha fatto bene al centrodestra però?
«Le uscite scomposte del presidente Usa sembrano aver compattato la maggioranza, provocando una dinamica virtuosa di rafforzamento. Ma è stata giusta e chiara la linea: i valori che uniscono l’Occidente e sono alla base dell’Alleanza Atlantica vanno ben oltre i singoli interpreti».

A proposito di singoli interpreti: che mi dice dell’incursore Roberto Vannacci, che pare aver preso di mira Forza Italia?
«Sarebbe un errore clamoroso rincorrerlo. Il vero valore del centrodestra sta nell’unità e in una formula sperimentata nei decenni. Non credo che il generale faccia male a Forza Italia: lui attinge al popolo dei Vaffa, che non è il nostro».

Si andrà a votare anche per avere un esponente del centrodestra al Quirinale, come ha lasciato intuire Meloni?
«Si va a votare per vincere le elezioni e potere governare nell’interesse degli italiani. Chi andrà al Quirinale ne sarà una conseguenza ma io credo che la scelta per il Colle debba prescindere da condizioni ideologiche e fare riferimento alla qualità della persona. Nel centrodestra persone di qualità non mancano».