Avete presente il lavoro che cresce ma cresce male e i salari divorati dall’inflazione? Da un paio di anni la sinistra si ostina a negare i dati sfornati con una discreta regolarità da Istat, Bankitalia, Upb e persino Bce, che raccontano una storia diversa, per provare a convincere gli italiani che il Paese sta cadendo nel baratro e che senza un cambio di passo finiremo tutti in disgrazia.
Ecco, per chi avesse ancora qualche dubbio e continua a credere alla narrazione declinista consigliamo la lettura della XXV relazione annuale dell’Inps dove le balle del campo largo vengono smontate una ad una numeri alla mano.
Cominciamo dall’occupazione. Nel 2025 gli assicurati Inps hanno raggiunto quota 27,2 milioni, con un incremento di circa 244 mila unità rispetto al 2024 e di 1,7 milioni rispetto al periodo pre-pandemico (+6,8%). E ad aumentare non sono stati gli over50, come ci dicono gli espertoni di mercato del lavoro, derubricando l’incremento dei posti ad un effetto collaterale della legge Fornero. Ad crescere principalmente tra il 2019 e il 2025 sono stati i giovani fino a 34 anni (+12,4%) e le donne (+7,8%). Ma non solo, perché “le destre” che non integrano e odiamo gli immigrati hanno prodotto un boom di assunzioni tra i lavoratori extra Ue (+35,5%).
Non è finita. La Meloni ha alimentato il precariato? Manco per niente. Nel 2025 il numero medio di settimane lavorate, spiega l’Inps, si è attestato a 43,2, confermando il miglioramento registrato negli ultimi anni nell'intensità occupazionale e segnalando «una maggiore stabilità dei percorsi lavorativi». Tutto questo, cosa che nessuno mai sottolinea, ha puntellato in maniera incredibile il fragile equilibrio del sistema previdenziale. I contributi sociali, si legge ancora nella relazione, «hanno raggiunto i 273 miliardi di euro, oltre 10 miliardi in più rispetto all’anno precedente. La crescita del gettito è stata sostenuta principalmente dall'espansione del lavoro dipendente e dall'aumento delle retribuzioni imponibili, confermando la solidità delle basi finanziarie del sistema previdenziale pubblico».
E arriviamo ai salari. Sul fronte degli stipendi, il rapporto evidenzia una dinamica espansiva nel periodo successivo a quello pandemico: la retribuzione media annuale lorda dei lavoratori dipendenti è di 27.649 euro in crescita del 14,5% rispetto al 2019 e del 3,6% rispetto all'ultimo anno. Tale aumento, avvertono gli esperti dell’Inps, determinato dalla continuità e dalla intensità lavorativa non risulta ancora in grado di recuperare gli effetti della crescita dell’inflazione accumulata nel 2022-23.
Ed eccoci al punto. Quindi hanno ragione Schlein, Fratoianni e Landini. Il Carovita si è mangiato tutte le buste paga lasciandoci in braghe di tela. Non proprio. L’Inps spiega infatti che «gli interventi di politica fiscale e contributiva hanno attenuato gli effetti dell’inflazione per i redditi medi e bassi, in modo strutturale». Vabbè, direte voi. Ma attenuare non è sufficiente. Allora entriamo nel dettaglio.
Nel 2025, si legge nel rapporto, «per i 21,045 milioni di dipendenti pubblici e privati (esclusi operai agricoli e domestici) la retribuzione media annua effettiva è stata di 27.649 euro, con una crescita del 3,6% rispetto all’anno precedente e del 14,5% rispetto al 2019, con a un Tasso medio annuo del 2,3%». Per valutare la rilevanza reale della dinamica salariale, giustamente l’Inps giudica «cruciale» il confronto con l’inflazione. Nel periodo 2019-2025 la crescita del livello dei prezzi è collocabile tra il 18,2% dell'indice Foi e il 20,5% dell’indice Ipca: in entrambi i casi «misure sensibilmente maggiori rispetto a quanto osservato per la dinamica delle retribuzioni lorde».
Ci risiamo, aveva ragione Landini. Ed ecco la sorpresa. Doppia perché riprende un’argomentazione che più volta il premier ha cercato di spiegare, ovviamente inascoltata, ovvero la differenza tra lordo e netto. Una bufala? Non per l’Inps. Le retribuzioni nette, si legge, beneficiando dei vari interventi che si sono succeduti su contributi, aliquote, detrazioni e nuove esenzioni (detrazione aggiuntiva), «al livello della mediana risultano praticamente cresciute come l’inflazione (+19,2%) e a questo risultato si avvicinano anche le retribuzioni basse». In altre parole, non si tratta di un’attenuazione, ma di un azzeramento dell’effetto dei prezzi sugli stipendi, che ha protetto il potere d’acquisto delle famiglie. Se poi Schlein, Landini & C, vogliono scendere in piazza per i salari alti, loro sì colpiti dall’inflazione, saremo i primi a marciare al loro fianco.




