Altre brutte notizie per la Rai, per Report e per il suo conduttore Sigfrido Ranucci. Per loro sono in arrivo due cause: una è milionaria, l’altra - che dovranno affrontare oltreoceano - è peggio. A promuoverle è l’italo-americano Paolo Zampolli, amico di Donald Trump (fu lui a presentargli Melania) e inviato della Casa Bianca per le partnership globali. E questo perché, spiega Zampolli, «quello che è emerso in questi giorni sulla stampa italiana conferma quanto ho sempre sostenuto: gli attacchi nei miei confronti da parte di Report hanno una natura politica. Si è voluto colpire me per colpire il mio presidente, Donald Trump, anche attraverso quelle che considero calunnie rivolte alla first lady Melania Trump». Non solo. Ricorrendo a «fake news ai danni dell’attuale governo Meloni», accusa Zampolli, sono stati messi a rischio «i rapporti tra Italia e Stati Uniti, le potenziali opportunità economiche e finanziarie tra i due Paesi e il rapporto che ho con l’amministrazione americana. Oltre a danneggiare l’immagine del mio Paese natale, l’Italia».
La vicenda nasce da tre puntate di Report trasmesse tra aprile e maggio. Al centro dell’inchiesta, i presunti legami tra Zampolli, Melania Trump e il finanziere criminale Jeffrey Epstein, raccontati attraverso la testimonianza dell’ex compagna Amanda Ungaro raccolta in Brasile, un audio del 2017 in cui Zampolli avrebbe rivelato un patto con Melania Trump, la testimonianza di una seconda donna, Victoria Drake, che lo accusa di violenza sessuale.
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Accuse che Zampolli e il suo avvocato, Maurizio Miculan, hanno respinto punto per punto, avvertendo che chiunque avesse pubblicato o amplificato i contenuti dell’inchiesta sarebbe stato incluso in una class action. Le dichiarazioni della Ungaro, ha spiegato il legale, sono state smentite dal Dipartimento della sicurezza interna statunitense e rientrano in un aspro contenzioso sull’affidamento del figlio minore; quelle della Drake sono invece collegate a un tentativo di estorsione da 650mila dollari, documentato e già denunciato alla procura di Roma, con l’Fbi e l’Interpol che indagano negli Stati Uniti e in Brasile. Paolo Zampolli «è parte lesa», ha avvisato il suo avvocato. Avvertimento che non ha fermato Report e la Rai dal mandare in onda le ultime due puntate.
La prima causa è davanti ai tribunali italiani. La prossima udienza è fissata per martedì. «Ho dato chiara indicazione al mio avvocato di chiudere la procedura di mediazione prevista per quel giorno e di diffidare la Rai affinché rimuova tutti i video e i post riguardanti la first lady e la mia famiglia, procedendo immediatamente con la richiesta di risarcimento dei danni», dice Zampolli. Quanto? «Qui in Italia la cifra è già stata decisa: sono 5 milioni di euro. Ho istruito l’avvocato di chiederli separatamente a ognuno: 5 milioni alla Rai, 5 milioni a Ranucci, 5 milioni a ognuna delle persone coinvolte in questa storia».
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C’è sempre, soprattutto nella politica, quel sottile godimento per cui il nemico del mio nemico è mi...Questa, per Ranucci e l’azienda, rischia di essere la parte facile. Richiesta analoga, annuncia Zampolli, «sarà presentata negli Stati Uniti per i gravissimi danni reputazionali che ritengo mi siano stati arrecati negli Usa». E lì le cifre sono molto diverse. Stesso schema seguito dal gruppo Cipriani, insomma, nei confronti del Fatto Quotidiano e della stessa Report, per le accuse «false, sensazionalistiche e altamente dannose» mosse a Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. In quel caso, la richiesta di risarcimento ammonta a 250 milioni di dollari.
IL MILIARDO DI MELANIA
La cifra che chiederà Zampolli non è stata ancora decisa. «Non ne ho ancora parlato col legale americano», spiega a Libero, «ma negli Stati Uniti i numeri sono molto differenti da quelli dei tribunali italiani. Si possono aggiungere vari zeri. Quando Melania Trump fa una causa per diffamazione ad Hunter Biden, chiede anche un miliardo di dollari. Ci stiamo riflettendo». Come è possibile arrivare a cifre tanto grandi? «Hanno usato i social media in varie lingue e hanno creato il pandemonio. Paolo Zampolli», dice il diretto interessato, «non era un personaggio interessante per gli italiani, non vive in Italia. Hanno fatto tre puntate diffamandomi, ottenendo il record di visualizzazioni. Questi non dovrebbero chiamarsi “Report”, ma “Record”, perché loro fanno i record grazie a me». Se gli si obietta che così si colpisce la libertà di stampa, Zampolli risponde che «noi crediamo alla libertà di stampa, ai massimi livelli. Ma questa non è libertà di stampa, questa è un’organizzazione con precisi intenti politici. Non è che Ranucci ha detto una cosa e si è confuso. Aveva un obiettivo politico».
Non è tutto. Zampolli assicura di avere in mano altro.
«Abbiamo prove che pagavano le persone intervistate. Ma siccome c’è una causa in corso, l’avvocato mi ha detto di parlarne il meno possibile». Se questo fosse confermato, Ranucci dovrebbe dimostrare la compatibilità dei pagamenti col codice deontologico della Rai.




