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Aiuto, gli elettori di sinistra chiedono più antifascismo

Altro che tasse, sicurezza o immigrazione. Per l'83 per cento di chi vota progressista il vero problema è fermare l'onda nera: ecco le priorità dei progressisti
di Alberto Busaccamercoledì 29 luglio 2026
Aiuto, gli elettori di sinistra chiedono più antifascismo

3' di lettura

Gli elettori di sinistra chiedono per prima cosa più antifascismo. Non il salario minimo. Non maggiore sicurezza. Non meno tasse. Niente di tutto questo. Quello che vogliono, dai loro rappresentanti politici, è che si impegnino di più per fermare il possibile ritorno delle camicie nere. Sembra incredibile, eppure è quanto emerge da una ricerca realizzata da SWG e ispirata al libro di Domenico Petrolo “La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare”, pubblicato da FrancoAngeli. Il punto di partenza della ricerca è che per gli elettori italiani il riconoscimento della propria identità, dei propri valori e del proprio mondo pesa nella scelta di chi votare più delle promesse di miglioramento economico. E questo vale per tutti, di destra e di sinistra. Per il 47% degli intervistati, infatti, la cosa più importante è che un partito sia capace di riconoscere e proteggere la sua identità, mentre il 39% privilegia la capacità di migliorare la sua situazione economica. La dimensione identitaria prevale soprattutto tra gli over 64, con il 57% contro il 31%, e tra i residenti nel Centro-Sud, con il 51% contro il 36%. Al Nord le due esigenze risultano quasi appaiate, rispettivamente al 43% e al 42%.

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I TEMI CALDI
Secondo l’indagine, quattro italiani su dieci non si sentono sufficientemente rispettati e valorizzati nella società. La quota raggiunge il 58% tra i ceti economicamente deboli, il 52% tra gli elettori di sinistra e il 48% tra chi non si colloca politicamente. Il 30% ritiene inoltre che nessun partito o leader ne riconosca la dignità, l’identità e le reali difficoltà. E arriviamo al punto “caldo” della ricerca, ovvero le priorità degli elettori. Tra le minacce considerate «molto» rilevanti per la propria identità, il 54% indica una cultura che riapra la strada al fascismo, il 43% l’Islam, il 40% la cultura woke e il politicamente corretto, il 39% l’esaltazione del nazionalismo e il 36% l’immigrazione.

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Ovviamente, le differenze politiche, in queste scelte, sono decisive: l’83% degli elettori di sinistra teme soprattutto il ritorno del fascismo, mentre a destra le preoccupazioni maggiori riguardano la cultura woke, indicata dal 76%, l’Islam, al 73%, e l’immigrazione, al 71%. Il paradosso è che mentre gli elettori di sinistra insistono nel chiedere un maggiore impegno contro il fascismo, la scelta di evocare continuamente il Ventennio non è mai servita agli eredi del Pci per vincere le elezioni. L’esempio più clamoroso è proprio quello delle ultime Politiche, anno 2022. Allora il Pd, guidato da Enrico Letta, puntò tutto sullo scontro tra fascismo e antifascismo. I manifesti dei dem erano metà rossi e metà neri, proprio per evocare lo scontro epocale tra il bene e il male. E il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, lo disse chiaramente: «Abbiamo il fascismo alle porte». Il risultato di tutta questa campagna mediatica lo conosciamo bene: Partito democratico al minimo storico (19%) e Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Insomma, il fantasma del Duce può magari scaldare la parte più militante dell’elettorato progressista, ma sicuramente non è utile per conquistare nuovi consensi. Il vero problema è che questo sondaggio sarà presumibilmente finito anche sulle scrivanie dei vari Schlein, Bonelli, Fratoianni, Salis e compagnia partigiana. Che avranno scoperto, appunto, che gli elettori si aspettano da loro più antifascismo. E ora chi li ferma più?