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Elezioni politiche 2027, l'ipotesi che prende piene: quando andremo alle urne

di Fausto Cariotimercoledì 2 settembre 2026
Elezioni politiche 2027, l'ipotesi che prende piene: quando andremo alle urne

3' di lettura

Il testo della nuova legge elettorale sbarca in Senato e subito arrivano due sorprese. La prima è che Forza Italia non ha presentato l’emendamento per introdurre i ballottaggi, che pure era previsto. Ragioni tattiche, non un ripensamento: gli azzurri potrebbero sostenere infatti l’emendamento presentato per quello stesso scopo da Marcello Pera, senatore di Fdi. La seconda sorpresa non è negli atti parlamentari, ma esce dalle considerazioni di esponenti del partito della premier, dove cresce la tentazione di chiamare gli elettori ai seggi nel mese di aprile, e non solo per decidere il prossimo parlamento, ma anche i sindaci di Roma, Milano, Torino, Napoli e delle altre città. Questo nella convinzione che chi andrà a votare Meloni avrebbe alte probabilità di votare per i candidati del centrodestra alle Comunali. L’“Election day” potrebbe coincidere con domenica 11 aprile.

IL “MODELLO PERA”
Le proposte di modifica depositate sono 697 e ben 659 vengono dalle opposizioni. Tra gli emendamenti della maggioranza c’è quello firmato a titolo personale da Pera. Prevede che il «premio di governabilità» scatti al primo turno se una coalizione supera il 48% dei voti in entrambe le Camere, oppure se la prima arriva almeno al 42% e la seconda si ferma sotto il 38%. Se entrambe superano il 38% e nessuna raggiunge il 48% si va invece al ballottaggio, senza possibilità di nuovi apparentamenti. E se nessuna di queste condizioni si verifica, i seggi sono ripartiti in modo proporzionale. Il massimo dei parlamentari assegnabili alla coalizione vincente è di 220 deputati e 113 senatori, esclusi gli eletti all’Estero.

Anche se l’argomento è stato discusso nel vertice tra alleati tenutosi lunedì a casa della premier, è l’unico emendamento che va in questa direzione. Forza Italia ha rinunciato a presentare la propria proposta, ma non perché sia contraria. La prima ragione, spiegano ambienti azzurri, è che Pera aveva già pronto il suo testo e aggiungerne un secondo avrebbe aumentato la confusione. La seconda, invece, riguarda proprio i rapporti nella maggioranza. La Lega è contraria al ballottaggio e Forza Italia non intende andare avanti da sola per una modifica cui tiene molto anche Fdi, come riconoscono gli stessi meloniani («Se vogliamo una legge che garantisca stabilità, il ballottaggio è indispensabile», dice il sottosegretario Alberto Balboni). L’atteggiamento di Forza Italia resta quindi «assolutamente laico»: è pronta a valutare l’emendamento dell’ex presidente del Senato, ma non a guidare una battaglia che rischia di spaccare il centrodestra.

La proposta di Pera, comunque, è stata depositata non in commissione Affari Costituzionali, dove inizieranno i lavori, ma direttamente per il dibattito in aula: scelta che evita al governo di esprimere un parere già ora. «A oggi non c’è una decisione presa. Vedremo, ci rifletteremo», dice il presidente della commissione Andrea De Priamo, pure lui di Fdi.

Anche nel suo partito, del resto, alcuni pensano che il ballottaggio finirebbe per aumentare i consensi di Roberto Vannacci. Anziché mettere subito gli elettori di destra dinanzi alla necessità del “voto utile”, che non può essere quello per un partito fuori dalla coalizione, consentirebbe di votare al primo turno per il generale senza timore di fare un regalo al campo largo, per convergere su Fdi o Lega al secondo. La sinistra si oppone anche ai ballottaggi. Sebbene questi facciano parte delle proposte storiche del Pd, Elly Schlein sostiene che renderebbero la legge «ancor più incostituzionale».

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IL FATTORE DONNA
La speranza è di provocare un’altra «rivolta delle donne», come quella che a metà luglio, alla Camera, in una votazione a scrutinio segreto, ha affossato la norma che avrebbe reintrodotto le preferenze senza tenere conto dell’alternanza di genere.

«La maggioranza vuole tagliare fuori le donne dal Parlamento», dicono ora i Cinque Stelle (per una volta d’accordo con gli altri del campo largo), riferendosi alla norma che obbliga i partiti ad alternare uomini e donne in lista, ma non impedisce di mettere capilista uomini in tutti i collegi plurinominali.

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La discussione in aula è fissata per il 9 settembre e nessuno crede che per allora la Commissione abbia fatto in tempo a esaminare tutti gli emendamenti. Tra i nodi da sciogliere c’è la norma anti-cespugli, introdotta alla Camera da un emendamento di Forza Italia, che esclude dal calcolo del risultato nazionale i voti dei partiti sotto il 3% che non siano il «miglior perdente» della coalizione. Alcuni emendamenti chiedono di abbassare quella soglia, Fdi vorrebbe portarla al 2%. È un tema che riguarda soprattutto la sinistra, dove più liste rischiano di finire sotto quella percentuale.