Il centrodestra ci riprova. E stavolta le preferenze passano. Dopo essere state affossate alla Camera da un voto segreto che aveva creato non pochi imbarazzi nella maggioranza, ieri pomeriggio sono riapparse al primo piano di Palazzo Madama e, questa volta, senza sorprese. La commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato l’emendamento unitario del centrodestra alla legge elettorale che introduce un capolista bloccato e consente all’elettore di esprimere fino a tre preferenze, nel rispetto dell’alternanza di genere. Tradotto: il primo nome resta determinato dal partito, gli altri possono essere scelti direttamente nelle urne.
Non è il ritorno integrale al vecchio sistema delle preferenze, ma è certamente un passo nella direzione di restituire agli elettori una possibilità di scelta maggiore rispetto alle liste completamente bloccate. La proposta riprende sostanzialmente quella già presentata alla Camera da Fratelli d’Italia e Noi Moderati. A Montecitorio era finita sotto il fuoco amico dello scrutinio segreto. Al Senato il copione è stato decisamente diverso. Voto palese, per alzata di mano, e maggioranza compatta sull’emendamento 1.6 firmato da Marco Lisei per FdI, Daisy Pirovano per la Lega, Roberto Rosso per Forza Italia, Mariastella Gelmini per Noi Moderati e Antonio De Poli per l’Udc. Unica eccezione Meinhard Durnwalder della Svp, che generalmente si allinea con il centrodestra.
Tutto liscio, almeno nei numeri. Molto meno nel clima. Pd, M5S, Avs e Italia Viva hanno infatti reagito insieme, accusando la maggioranza di avere compiuto «una forzatura dopo l’altra» e addirittura di «truccare le carte in maniera plateale». Il motivo dello scontro non riguarda soltanto il contenuto della riforma. È soprattutto procedurale.
L’emendamento del centrodestra era il primo, nell’ordine predisposto dagli uffici, di una lunga serie di proposte riguardanti le preferenze. La sua approvazione ha quindi determinato la preclusione di quelle incompatibili successive: in tutto 67 emendamenti delle opposizioni. Tra questi c’era la proposta unitaria del centrosinistra che chiedeva preferenze per tutti gli eletti, l’innalzamento al 45% della soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza, l’eliminazione dell’obbligo di indicare preventivamente il candidato premier e una diversa disciplina sulla rappresentanza di genere. Cambia anche la norma anti-frammentazione.Commissione e governo hanno dato parere favorevole anche alla correzione della cosiddetta norma anti-frammentazione approvata dalla Camera. Il nuovo testo stabilisce che siano conteggiati nel risultato nazionale della coalizione, ai fini del raggiungimento delle soglie previste per il premio di governabilità, i voti ottenuti dalle liste alleate che raggiungano almeno l’1%. La versione uscita da Montecitorio fissava invece l’asticella al 3%.
Una modifica tutt’altro che secondaria, soprattutto per le coalizioni composte da partiti di dimensioni molto diverse. Il punto di equilibrio cercato dalla maggioranza è evitare che una galassia di micro-liste possa alterare artificialmente il risultato, senza però disperdere i voti delle formazioni minori che possiedono una consistenza elettorale effettiva. Restano invece accantonati alcuni dei dossier più delicati. Tra questi l’emendamento di Fdi che propone di abbassare dal 42 al 41% la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza.




