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Viaggio tra i ragazzi di Fenix: "Paura? Noi siamo il coraggio"

di Daniele Dell'Orcosabato 19 settembre 2026
Viaggio tra i ragazzi di Fenix: "Paura? Noi siamo il coraggio"

3' di lettura

A metà settembre il Laghetto dell’Eur conserva un tepore estivo. Tra le famiglie al parco c’è una moltitudine di ragazzi in maglia verde che la narrazione dominante imporrebbe di catalogare come estremisti pericolosi. Invece stanno animando Fenix, la festa annuale di Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fdi. Sono i ragazzi demonizzati due anni fa da un’inchiesta spiata firmata Fanpage, che aveva trasformato questo contesto in un enorme ricettacolo di fascismo. L’aspettativa generalizzata di un osservatore medio, quindi, sarebbe quella di trovarsi di fronte a un bunker cinto da un reticolato d’odio, o quantomeno a una fortezza risentita e ripiegata su se stessa. Invece, il punto forte di un programma tematico basato sul leitmotiv “Il tempo del coraggio”, qual è stato? Un confronto aperto, franco e senza filtri giovedì sera tra Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, Andrea Piepoli, dell’esecutivo nazionale di Gn, e Francesco Cancellato, il direttore proprio di quella Fanpage che ogni due ore denuncia l’intolleranza del governo e il neofascismo dell’organizzazione giovanile di Giorgia Meloni. E loro lo invitano a parlare, senza incappucciarlo né manganellarlo. S’è mai visto un regime così?

La lezione che emerge da questa edizione di Fenix è il totale ribaltamento di questo approccio. Invece del rifugio vittimistico o del fischio sistematico, i ragazzi di Gioventù nazionale hanno scelto una strada infinitamente più difficile e politicamente matura: l’ascolto. Attenzione, stiamo parlando di ragazzi spiattellati in prima pagina, alcuni di loro estromessi dalla politica, magari con conseguenze anche legali. Il fischio sarebbe stato il minimo verso chi li aveva esposti al pubblico ludibrio. Invece, la forma a Fenix s’è fatta sostanza. «In un tempo in cui la sinistra soffia sulle paure della nostra generazione questo è il tempo del coraggio - dice Piepoli a Libero -. Noi alimentiamo il confronto, nelle feste dell’Unità nessuno del centrodestra viene invitato. Gran parte della stampa si diverte a raccontare ciò che siamo, nessuno dice nulla quando esponenti della sinistra giovanile si definiscono con orgoglio i nipotini del comunismo, esaltato Lenin e Stalin o pubblicato grafiche in omaggio a Fidel Castro». Non solo. A Fenix i compagni hanno ben pensato di lasciare la loro firma, cioè slogan pro-foibe e pro-P38 graffitati di notte sugli striscioni dell’evento.

«Al nostalgismo e agli slogan della sinistra rispondiamo con la concretezza solida delle idee che diventano azione rilancia Francesco Di Giuseppe, vicepresidente nazionale di Gn -. Non a caso si stanno affrontando temi declinati sullo sfondo comune del coraggio. Come il coraggio di restare, contrapposto ad una sbandierata libertà di andarsene e girare il mondo, una maschera che nascondeva la mancanza di opportunità reali. Grazie al governo e al piano sulla montagna arrivato a più di trent’anni dall’ultimo e voluto dal vicepresidente della Commissione Ue Raffaele Fitto, ci sarà finalmente una generazione che ripartirà dalle aree interne che nessuno prima d’ora aveva avuto il coraggio di valorizzare, tutelare e rilanciare».

L’evento, che culminerà con l'intervento del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni di domani mattina e che ha visto sfilare sul palco ministri e vertici istituzionali (da Ignazio La Russa a Raffaele Fitto, fino ai dibatti sul nucleare, la lotta alla mafia sostenuta nel ricordo di Paolo Borsellino, quello dedicato all’esclusione di Idrovolante Edizioni e Passaggio al Bosco da “Più Libri Più Liberi”), lascia sul campo un segnale politico preciso. I ragazzi spiati, analizzati e marchiati si presentano come una comunità consapevole che non ha bisogno di erigere steccati per difendere la propria identità. Hanno capito che per smontare il castello di carte delle accuse non serve restituire la stessa moneta, ma fare l’esatto contrario di ciò che l’avversario si aspetta: sedersi al tavolo, guardarlo negli occhi, e batterlo sul terreno dell’argomentazione. Una lezione di maturità democratica che la sinistra farebbe bene a non ignorare.