Questa levata di scudi della sinistra contro l’annuncio di una revisione delle quote di ragazzi immigrati nelle classi delle scuole italiane è basata su un falso, cioè che qualcuno abbia in mente di escludere i nuovi arrivati dal processo educativo. Semmai è esattamente il contrario: se in una classe – faccio un esempio – ci sono otto alunni stranieri che parlano poco o male la nostra lingua e soli due italiani non soltanto si rallenta il percorso di apprendimento dei due, cosa che più conta è che non ci sarà mai un processo di integrazione.
Già, perché i manuali di sociologia ben definiscono il senso della parola “integrazione” come l’insieme dei processi che permettono a una persona o a un gruppo di entrare a fare parte di una nuova comunità adattandosi e partecipando alla vita comune.
Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, autorità progressista in questo campo, va oltre: «La scuola pubblica, laica e repubblicana – ha scritto – è una formidabile macchina per l’integrazione dei bambini». E aggiunge: «L’integrazione è una operazione che si fa in due. Integrarsi non significa rinunciare alla propria identità di origine ma adattarla a una nuova vita in cui si dà e si riceve». Tutto qui, semplice per chi non vede le cose con i paraocchi dell’ideologia: una minoranza che passo dopo passo si integra con una maggioranza, l’inverso (una maggioranza che si rassegna a una minoranza) non può funzionare in natura ancora prima che in politica.
Nessuna “esclusione” quindi, nessun ghetto che viceversa ci sarebbe (e oggi ci sono) con classi sbilanciate. L’integrazione, in fondo, è una ricetta scientifica: se sbagli le dosi il soufflé si sgonfia e diventa indigesto per chiunque partecipi alla cena, padrone di casa o ospite che sia.




