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Giuseppe Conte sfascia-conti: quanti miliardi ci costerebbe il programma M5S all'anno

di Michele Zaccardimartedì 22 settembre 2026
Giuseppe Conte sfascia-conti: quanti miliardi ci costerebbe il programma M5S all'anno

3' di lettura

Di numeri precisi non ce ne sono. Ma una stima sì. Peraltro prudenziale. E parla di un costo compreso tra i 58 e i 120 miliardi di euro all’anno. Tra minori entrate e maggiori spese, il programma del Movimento 5 Stelle approvato due giorni fa dai militanti grillini con un plebiscito rischia di sfasciare i conti pubblici. Sempre che venga effettivamente implementato. Ché, tra le promesse elettorali e la dura realtà di governo, ce ne passa.

Epperò, prendiamoli sul serio, i venti punti programmatici del movimento di Giuseppe Conte, benché non siano corredati da alcun numero né, ça va sans dire, dalle coperture. A fare i conti in tasca al secondo partito dell’opposizione è l’economista Riccardo Trezzi. Che sottolinea come l’esborso massimo stimato, ovvero 120 miliardi di euro, sia pari al Pnrr e al Superbonus messi insieme. Con una postilla: mentre questi erano programmi a scadenza, molte delle misure proposte dai grillini sono strutturali, e quindi molto più costose per il bilancio dello Stato.

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PREMESSA

Trezzi fa una premessa: dai suoi calcoli sono escluse tutte quelle misure per cui è possibile quantificare gli oneri in modo attendibile. Come la riduzione dell’orario di lavoro, l’introduzione del salario minimo, fondo per la natalità, i fondi per istituire una banca pubblica. Il che, peraltro, significa che il costo effettivo del programma potrebbe essere più elevato. Ma torniamo ai numeri. Sono due gli scenari ipotizzati da Trezzi in base alla platea dei beneficiari e alla generosità delle misure. Come detto, la forchetta varia tra i 58,5 e i 119,7 miliardi di euro all’anno, divisi tra maggiori spese o minori entrate (48,5 miliardi nel primo caso, 101 miliardi nel secondo) e investimenti (rispettivamente, 10 e 18,6 miliardi. Venendo alle singole misure, tra le più discutibili ci sono l’aumento dei fondi per l’integrazione degli immigrati (200-600 milioni di euro), i sussidi per gli affitti e il fondo per la morosità incolpevole (1-2 miliardi). E soprattutto 15mila euro ai 18enni da usare per la formazione o attività professionali.

Ma senza dubbio il capitolo più oneroso è quello sulla sanità, a cui sono destinati 11,3 e i 22,6 miliardi di euro, necessari, tra l’altro, ad «aumentare strutturalmente il finanziamento del Ssn per recuperare il divario rispetto alla media Ocse», «adeguare le retribuzioni del personale sanitario pubblico agli standard europei» e avviare un piano straordinario di reclutamento. Il taglio dell’Irpef proposto - con l’obiettivo di rendere l’imposta più progressiva, ampliando scaglioni e no tax area - costa tra i 6 e i 12 miliardi. Mentre la revisione dell’assegno di inclusione e del sostegno per la formazione e il lavoro (le due misure che hanno preso il posto del reddito di cittadinanza), per dare vita a un Reddito 2.0 di miliardi ne costa 1,8-3,6. Per ridurre l’Iva sui carburanti - che peraltro incentiva il consumo di combustibili fossili e si pone dunque in contrasto con l’impronta ambientalista del resto del programma - dal 22 al 10% ci vogliono tra i 4,2 e i 6 miliardi. E ancora: la spesa per garantire gli asili nido gratuiti in tutta Italia si aggira intorno ai 2-3,3 miliardi, quella per rafforzare l’università tra i 2 e i 4, mentre per la scuola il conto è compreso tra i 3,5 e i 7 miliardi.

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BOLLETTE

La revisione degli oneri di sistema che i consumatori pagano ora in bolletta, con il loro contestuale trasferimento a carico della fiscalità generale, invece costa tra i 3 e gli 8 miliardi. Sul fronte degli investimenti, peraltro modesti, nonostante la loro importanza economica, la spesa maggiore riguarda la messa in sicurezza del territorio e il potenziamento delle reti idriche (4-8 miliardi); altri 1,2-2,4 miliardi serviranno invece per il recupero e la ristrutturazione degli alloggi da destinare a case popolari e 2,7 miliardi per l’ampliamento e l’ammodernamento degli edifici scolastici.

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E le coperture? Beh, quelle sono un optional. Perché a parte gli imbrobabili risparmi (13,5 miliardi) derivanti dallo stop al Ponte sullo Stretto (peraltro spalmati su più anni, visto che l’infrastruttura dovrebbe essere pronta per il 2033) e un non meglio precisato «prelievo progressivo sulle grandi attività finanziarie, con soglie elevate», che sostituisce pudicamente l’idea di introdurre una patrimoniale, di vere fonti di finanziamento per l’ambizioso programma M5S non c’è traccia. Ma questa non è certo una novità: pure il Superbonus lo hanno fatto a debito. Aprendo una voragine nel bilancio dello Stato, che solo l’oculata gestione Giorgetti è riuscita a coprire.