Correva l’anno 1989 e la riapertura delle scuole era alle porte. Con una novità, da parte dell’allora ministro della Pubblica Istruzione: la necessità di inviare ai provveditori agli studi - gli attuali dirigenti scolastici - le linee guida per facilitare la «scolarizzazione dei giovani immigrati nella fascia dell’obbligo». Del resto, premetteva il ministro, «l’immigrazione è un fenomeno che esiste da tempo ma che, negli ultimi anni, ha assunto dimensioni quantitative e connotazioni qualitative che rendono necessario, da parte della scuola, una attenta considerazione e una serie di interventi intesi a garantire alla generalità degli immigrati l’esercizio del diritto allo studio». L’integrazione, in poche parole, doveva partire dai banchi scolastici. Anzi, il percorso scolastico era la «condizione primaria», l’«essenziale punto di partenza» per raggiungere l’inserimento del «lavoratore immigrato», e della «sua famiglia».
I PALETTI
Da qui la necessità, appunto, di inviare agli istituti una circolare ministeriale, la numero 301 dell’8 settembre, con le «indicazioni» per agevolare l’«inserimento degli stranieri nella scuola dell’obbligo». A firmarla Sergio Mattarella, che nel VI governo guidato da Giulio Andreotti guidava il ministero di viale Trastevere. Quel Mattarella che l’opposizione, dopo l’annunciato provvedimento del governo Meloni sul tetto del 30% al numeri di stranieri nelle classi, ha tirato per la giacca per il discorso con il quale il presidente della Repubblica ha inaugurato l’anno scolastico 2026-2027 dall’istituto “Sergio Marchionne” di Amatrice. I partiti del Campo largo farebbero bene a scaricare il testo della circolare ministeriale firmata dal Mattarella ministro. Un documento che era improntato alla “sostenibilità” in relazione all’inserimento scolastico dei figli degli immigrati nelle scuole. «Il presidente della Repubblica, quando era ministro dell’Istruzione, redigeva circolari che, più o meno, invitavano a non concentrare i ragazzi stranieri nella stessa classe», ha notato ieri, non a caso, la stessa premier Meloni. Secondo cui le norme in gestazione «sono misure di buonsenso» che è «giusto portare avanti». Parole che hanno scatenato la reazione di Elly Schlein, segretaria Pd, che ha accusato la premier di «totale mancanza di senso dello Stato», di una «provocazione».
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È arrivata la prima settimana d’autunno e con lei, si sa, entra nel vivo anche la stagione scolastica. Sono...La circolare del ministro Mattarella fissava le «condizioni» entro le quali avrebbe dovuto esercitarsi il diritto allo studio. L’assegnazione alle classi avrebbe dovuto implicare «la rilevazione della specifica condizione linguistica e culturale di ogni alunno, nonché la disponibilità di docenti idonei». E si sarebbero dovuti distinguere «i soggetti di recente immigrazione» da quelli con un arrivo in Italia «più remoto». I primi, prevedeva il ministro, avrebbero potuto comportare «non solo problemi di integrazione linguistica», ma anche un «adattamento alle nuove condizioni di vita» più complesso. Ecco, così, la doppia avvertenza: tenere insieme gli alunni immigrati provenienti da uno stesso Paese e con analoghi livelli culturali, e soprattutto «non superare le quattro-cinque unità» per classe. La spiegazione sul numero massimo Mattarella la metterà nero su bianco nella circolare successiva, la numero 205 del 26 luglio 1990, che il ministro indirizzerà ai provveditori il giorno prima di lasciare viale Trastevere dopo l’uscita dal governo della “sinistra democristiana” per dissenso sulla “legge Mammì” sul riassetto del sistema radiotelevisivo.
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Scriveva Mattarella: «Sembra opportuno ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità soltanto per classe, al fine di agevolarne la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani, mentre può essere utile costituire gruppi anche superiori alle cinque unità nei momenti di specifiche attività linguistiche». Un’eccezione, dunque. La seconda circolare è significativa per il contesto nel quale matura l’indicazione per gli istituti scolastici: non solo il clima politico da resa dei conti all’interno della maggioranza del “pentapartito”, che di fatto trasformano il documento nel “testamento” ministeriale di Mattarella, ma perché pochi mesi prima - a dicembre - era stato varato il “decreto Martelli” - dal nome dell’allora vicepresidente del Consiglio, il socialista Claudio - con le prime norme organiche in Italia su asilo politico, immigrazione e soggiorno dei cittadini extracomunitari. Un quadro che rendeva «opportune alcune considerazioni sulla presenza degli alunni stranieri nella scuola italiana». Lasciando ben piantati i paletti.




