È arrivata la prima settimana d’autunno e con lei, si sa, entra nel vivo anche la stagione scolastica. Sono le 16.30 e suona la campanella alla primaria di via Bottego, l’istituto di riferimento per la comunità di questo cono d’ombra nel reticolo tra via Padova e via Palmanova, poco distante dalla tangenziale nord-est di Milano. Gli zaini sono più grandi dei bambini che li portano sulle spalle, o almeno lo sembrano, quando i cancelli d’ingresso si aprono e inizia il rumoroso rituale di affidamento, tra piccoli esagitati, genitori apprensivi e insegnanti che si barcamenano nella complessa operazione. In uno dei quartieri simbolo della multiculturalità in Italia - qui convivono numerose comunità di sudamericani, cinesi, bengalesi e nordafricani l’uscita da scuola diventa il ritratto plastico di una realtà urbana complessa, dove l’integrazione da slogan diventa sfida quotidiana. E le aule sono il primo campo di battaglia.
Quella di via Bottego è una di quelle strutture che si potrebbero definire “scuola frontiera” e che le statistiche ministeriali considerano ad alta complessità socio-culturale. Questa struttura è il riferimento per molti complessi residenziali, da via Civitavecchia a via Rizzoli, oltre a quelle del tratto finale di via Padova. Risultato: nell’anno scolastico 2024/25 più del 70% degli alunni era straniero. E ancora siamo distanti dai casi più estremi. Di istituti come questo, dove tra i genitori si contano decine di niqab e altrettanti non italofoni, le periferie milanesi strabordano. La scuola in via Paravia, ad esempio, nel cuore della San Siro più problematica.
LA LOMBARDIA
Qui, nell’anno scolastico 2024/25, le cifre raccontano una sproporzione netta: su 102 alunni complessivi, 77 hanno una cittadinanza non italiana, pari a una media del 75,5%, con picchi in quinta elementare (dove gli stranieri sono il 94,4%, 17 su 18) e in seconda (92,8%). Il numero più impressionante, record a Milano, è all’estremo nord, in piazza Gasparri, Comasina, dove nel 24/25 solo 15 studenti su un totale di 173 erano italiani (91,3% di stranieri). D’altronde, i dati nazionali sull’anno scolastico 2024/25 mostrano come il tetto teorico del 30% di alunni stranieri per istituto sia ormai ampiamente superato in vaste aree del Paese.
Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, l’Italia viaggia a due velocità: mentre al Sud e nelle Isole la quota di scuole che superano la soglia del 30% si mantiene quasi ovunque sotto il 5%, nel Settentrione la mappa si tinge di rosso scuro. Nelle province di Pianura Padana e in particolare tra Lombardia ed Emilia-Romagna, oltre il 25% degli istituti scolastici (con almeno 20 alunni) sfora il limite del 30% di studenti non italiani, trasformando la composizione multietnica da eccezione a norma strutturale. Scuole che in passato sono state definite “ghetto” - un’etichetta pesante respinta con forza da dirigenti e insegnanti -, ma che fotografano un fenomeno reale e documentato: il progressivo abbandono da parte delle famiglie italiane della zona, a fronte di una concentrazione di alunni di origine straniera in un unico plesso. Le mamme italiane, infatti, si contano sulle dita di una mano. Un meccanismo noto agli sociologi dell’educazione come white flight, la “fuga dei bianchi”.
Il risultato è un circolo vizioso per cui la scuola si trasforma in una bolla socio-culturale omogenea, dove l’italiano lo si parla con i docenti in classe, ma quasi mai a casa, venendo meno la fondamentale funzione complementare dell’apprendimento linguistico domestico. Se Milano è la capitale, almeno in numero assoluto, in quanto a studenti stranieri, di casi eclatanti se ne vedono a Mestre, ad esempio, dove tra via Piave, la stazione, corso del Popolo e via Cappuccina, la presenza della comunità bengalese e del Sud-Est asiatico ha ridefinito radicalmente la mappa scolastica urbana.
IL NORD-EST
Già noti alle cronache gli elenchi affissi in bacheca all’istituto comprensivo Caio Giulio Cesare che raccontano di 102 bimbi nati tra il 2021 e il 2023 pronti a entrare nelle due scuole d’infanzia del plesso: di questi, 100 hanno origine straniera, toccando la quota record del 98%. Alle elementari, poi, su 334 iscritti la quota di alunni non italiani supera l’80,8%, con picchi nelle classi più giovani: su tre classi prime per un totale di 61 bambini, solo una decina aveva la cittadinanza italiana e appena un paio entrambi i genitori nati in Italia.
Una spinta demografica che assume contorni ancora più accentuati spostandosi più a est, dove la concentrazione industriale richiama da anni centinaia di famiglie immigrate. A Monfalcone (Gorizia), legata a doppio filo ai cantieri navali, all’istituto comprensivo “Ezio Giacich” gli alunni stranieri della primaria nuovi iscritti sono 560 su 734 complessivi. Una proporzione che spinge molti genitori italiani a iscrivere i figli nei plessi dei Comuni vicini pur di schivare classi in cui oltre il 90% degli alunni è non italofono. L’esecutivo locale aveva persino ipotizzato di finanziare il trasporto verso i paesi limitrofi per redistribuire le presenze. Ma in questi casi viene dalle scuole stesse la necessità di percorsi di alfabetizzazione seri e profondi, oltre a regole chiare sul velo: in un istituto superiore sempre a Monfalcone, il dirigente era stato obbligato ad incaricare una sua responsabile affinché ogni mattina, in una stanza appartata, alzasse il velo delle ragazze per sincerarsi che fossero proprio loro. Come se fosse normale.




