La sfida aperta tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein non trova ancora soluzione. È aperta la caccia al federatore, visto che nessuno dei due aspiranti leader per la premiership è disponibile a lasciare spazio all’altro/a. Ovviamente ogni potenziale “federatore” nega di volerlo fare e stavolta è il turno - pare incredibile del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. A parlarne per ora sono i corridoi, che abbondano nei palazzi della Capitale. Gli ambienti vicini al capo dei Cinquestelle paiono i più disponibili a parlarne: candidato comunque del Pd, più ministeri per gli alleati in caso di vittoria. Ma c’è il solito ma. Gualtieri rischia la stessa fine di Rutelli e Veltroni che tentarono il salto a palazzo Chigi dal Campidoglio e Berlusconi li infilzò entrambi.
Ora Gualtieri si troverebbe di fronte la Meloni che avrebbe gioco facile sulla debolezza del sindaco aspirante premier con i conti in grave dissesto. Di più: la presidente del Consiglio avrebbe ragione totale nel ricordargli quanto il sindaco si è potuto pavoneggiare con i quattrini del governo. Solo tra Pnrr e Giubileo è piovuta su Roma una massa enorme di quattrini oltre alle manovre con legge che lo hanno aiutato a non far lievitare il debito della Capitale. Nessuno vuole imputargli il debito storico di Roma, ma è con lui che è cresciuto e le sue partecipate continuano a chiedere coperture.
STALLO
Nel frattempo l’esecutivo Meloni ha sbloccato la fine della gestione commissariale (548 milioni), ha tenuto in vita i meccanismi di sostegno e ha lavorato sull’uscita di Roma dalle penalizzazioni del Fondo di solidarietà. Gualtieri ovviamente non si fida ancora dei “suoi” e smentisce di voler lasciare la guida incerta della città e attende gli eventi. Ma lo stallo a sinistra va risolto ed ecco perché secondo alcuni dei commensali dei vari tavoli della sinistra la carta può essere giocata. E di Conte, non va dimenticato, Gualtieri è stato anche ministro dell’Economia. Però c’è anche un problema di capacità di tenuta politica. Dopo aver lavorato con Palazzo Chigi alla riforma costituzionale per Roma Capitale, Gualtieri si è trovato spiazzato dal Pd e dai suoi alleati che non l’hanno votata: si è addirittura escogitato che una riforma costituzionale si approva solo dopo aver tirato fuori ulteriori risorse. Roba mai vista.
Gualtieri ha definito l’astensione del suo partito «un errore tattico», cercando di non chiudere con il governo. Risultato: è rimasto in mezzo. Troppo collaborativo per il Nazareno e per Conte, troppo dem per vendersi come uomo “sopra le parti” contro Meloni.
BOCCHE CUCITE
In giro, col taccuino in mano, bocche cucite sull’ipotesi e nel centrosinistra se ne parla solo in forma anonima. Il che lascia intuire che le manovre ci sono eccome. Resta la situazione debitoria del Comune di Roma a far insospettire i contrari: Raggi lasciò i conti in rosso intorno a 1,35 miliardi. Con Gualtieri i debiti di finanziamento sono arrivati a circa 2 miliardi nel 2024 e, per gli impegni già presi, sono destinati a salire verso i 2,57 miliardi. Nel bilancio 2024 tre parametri su otto superavano già la soglia di criticità (debiti fuori bilancio, debiti in corso di riconoscimento, capacità effettiva di riscossione). Un altro parametro in rosso farebbe scattare il deficit strutturale. A parlare è la Corte dei Conti.
Il Campidoglio sconta anche una incapacità a riscuotere somme accertate ma non incassate: i residui attivi superano gli 11 miliardi. Solo nel 2024 ne sono stati cancellati 650 milioni; in anni precedenti si è arrivati a un totale di circa 2,7 miliardi “persi”. La magistratura contabile ha contestato anche il calcolo del Fondo crediti di dubbia esigibilità, che andava sottostimato e poi corretto con accantonamenti enormi (ordine di grandezza di 7 miliardi). Per non dire della aziende partecipate, in cronica perdita di esercizio. Dalla Centrale del Latte ad Ama come Atac e Farmacap stanno tutte in rosso. Come il sindaco che vorrebbe mettere d’accordo - senza ammetterlo - Pd e Cinquestelle...




