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Castro, scontri, trame e Berlinguer: la nostalgia rossa del leader Massimo

Di D’Alema si ricordano due cose: la confessione di avere tirato, da giovane, una molotov e la considerazione, da presidente del Consiglio, che il posto fisso era ormai superato
di Annalisa Terranovalunedì 5 ottobre 2026
Castro, scontri, trame e Berlinguer: la nostalgia rossa del leader Massimo

3' di lettura

Di Massimo D’Alema si ricordano due cose: la confessione di avere tirato, da giovane, una molotov e la considerazione, da presidente del Consiglio, che il posto fisso era ormai superato. Prima la passione militante e poi la politica post-ideologica. L’utopia e il potere. La ribellione e la realpolitik. La sua carriera potrebbe considerarsi racchiusa tra questi due estremi: la mobilitazione giovanile e poi bye bye classe operaia. Ma D’Alema resta un compagno incanutito fedele alla “ditta”, come dimostra la lunga intervista domenicale sul Corriere nella quale dialoga con Aldo Cazzullo a proposito del suo libro autobiorafico Eravamo comunisti.

Ci avrete fatto caso: è un periodo fecondo di saggistica firmata da vari attori e comprimari della scena politica e quando questo avviene, non avviene mai per caso. Si aprono scenari importanti, infatti, tra cui anche la scelta del successore di Sergio Mattarella. Pierluigi Bersani ha già dato, col suo Chiedimi chi erano i Beatles. E nella memorialistica di Botteghe Oscure rientra a pieno titolo anche il libro scritto a due mani da Claudio Velardi e Chicco Testa Siamo stati iscritti al Pci.

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COMUNISTI SI NASCE E SI RESTA
Il racconto di D’Alema è nostalgico, i comunisti si sa possono permetterselo: loro non devono vergognarsi di nulla al contrario di quelli di destra, perennemente sotto esame per le loro eresie adolescenziali. Al massimo ti ammettono che il Pci ha vissuto con un filino di ambiguità il distacco dall’Urss. E poi basta. Tutte le tappe del buon comunista si ritrovano nel curriculum dalemiano, che è esistenziale e politico assieme: papà partigiano, zio deportato a Mathausen, mamma che si fidanza con papà al ricevimento all’ambasciata sovietica del 7 novembre. Una data che non celebra la vittoria sui nazisti, come dice D’Alema nell’intervista, ma la rivoluzione bolscevica. E infine il primo amore infantile per la figlia di Ingrao. Il Pci è la grande famiglia, la comunità che forgia i sentimenti.

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QUEL BEL TIPO DEL FIDEL
Ci furono poi gli scontri coi fascisti, una coltellata alla mano di cui mai aveva parlato in precedenza, le botte dai celerini e la tecnica per scappare dalla polizia insegnata da un compagno della Fiat: «Non scappare, non chinare la testa, guardali. È più difficile picchiare uno che ti guarda in faccia». Nel 1968 era a Praga, nel Capodanno dell’anno seguente era a fare casino alla Bussola con quelli di Lotta Continua. Grandi complimenti a Sofri, con cui aveva in animo di scrivere un libro. C’è anche il ritratto – ovviamente – di un Berlinguer aureolato: «Era la testardaggine avvolta dalla gentilezza». Per D’Alema quel segretario guardava già al futuro alla metà degli anni Settanta ma nel suo racconto snocciola appuntamenti che fanno capire che l’Internazionale comunista era ancora ben viva e presente per i giovani capi della Fgci come lui, che si recò a Barcellona per una riunione clandestina di giovani leader comunisti e poi a Cuba a conoscere Castro: «Istrione, simpatico, le signore brasiliane lo guardavano adoranti». D’Alema nega di essere stato un politico che trama dietro le spalle, un machiavellico, un Richelieu. Di tutti parla come se fossero grandi amiconi, Occhetto, Veltroni, Cossiga e persino Prodi.

«Se ho tramato, l’ho fatto per aiutarlo. Dopodiché non lo mandammo in Siberia, ma a fare il presidente della commissione europea». Una battuta che la dice lunga sul vocabolario dei compagni e anche sulla considerazione per Romano Prodi, di fatto una marionetta nelle mani del Pci, partito descritto, rimembrato e rivissuto come una totalità di cui si è parte integrante e della quale non ti liberi per una vita intera, ammesso che D’Alema abbia mai avuto questo desiderio. Tranne forse per un barlume di resipiscenza quando il padre di una sua fidanzata gli disse: «Lei è comunista? Che spreco. La rivoluzione è come bruciare una casa per cuocere due uova al tegamino». Un dubbio fugace, subito dissipato. E a noi resta la domanda gucciniana: «Se un dubbio l’abbia avuto poche volte oppure spesso / se è stato sufficiente sopravvivere a sé stesso».

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