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Giuseppe Conte "tentato di andare da solo": la voce che stravolge il quadro

di Elisa Calessigiovedì 8 ottobre 2026
Giuseppe Conte "tentato di andare da solo": la voce che stravolge il quadro

3' di lettura

Giuseppe Conte - un po’ per le sue capacità, un po’ per i consiglieri con cui si confronta - è diventato abilissimo nel destreggiarsi tra diversi scenari. Ce n’è uno, in particolare, sui cui sta ragionando nelle ultime settimane. Inizialmente era una tentazione.

Ma, con il passare dei giorni, sta diventando una ipotesi sempre più ragionevole. La tentazione, cioè, di rompere con il campo largo e far correre il M5S da solo alle elezioni politiche. Che poi è il desiderio che i sostenitori del M5S esprimono sotto ogni suo post. Basta con il Pd, con il campo largo, andiamo da soli! Finora Conte si è sempre rifiutato di ascoltare queste “sirene”, ribadendo che il suo M5S era cresciuto e aveva fatto la scelta di stare stabilmente nel campo progressista, cioè alleato del Pd e degli altri (anche se quest’ultimo passaggio era implicito). Da quando, però, la discussione sulla legge elettorale è ricominciata, il leader del M5S ha iniziato a riflettere.

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Approvata la nuova legge, probabilmente tra fine gennaio e inizio febbraio la Corte costituzionale si pronuncerà sul testo, sollecitata dai ricorsi. A detta di alcuni giuristi potrebbe intervenire anche sulla soglia del premio di maggioranza, alzandolo al 45%. In questo caso diventerebbe quasi impossibile raggiungere la soglia, sia per il centrodestra, sia per il centrosinistra. Il calcio di rigore, per dirla con Matteo Renzi, che ora sembra assegnato al centrosinistra, potrebbe essere annullato.

A quel punto, che senso ha mantenere un’alleanza che, sicura mente, comporterà un prezzo elettorale soprattutto per il M5S, tanto più se a guidarla dovesse essere Schlein? Anche nel caso sia il candidato premier dovesse essere Conte, probabilmente dovrà annacquare le attuali posizioni su Ucraina e armi e a quel punto di nuovo una parte degli elettori M5S potrebbero non votare il Movimento. Una sconfitta alle urne sarebbe la sua fine. Se, invece, il M5S dovesse presentarsi alle elezioni da solo, in una corsa tutta proporzionale, potrebbe recuperare il voto dei più radicali, dei pentastellati delle origini, permettendosi posizioni ancora più nette. Poi, a urne chiuse, potrebbe valutare il da farsi. E persino fare un contratto di programma con altri partiti (non solo del centrosinistra) e fare un governo insieme. Del resto, non accadde lo stesso con la Lega nel 2018?

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Uno scenario alla tedesca. Con il vantaggio che, presentandosi da solo, sicuramente il M5S prenderebbe più voti che in alleanza con il Pd. In ogni caso, la scelta non deve farla ora. Potrebbe persino fare le primarie e decidere dopo se rompere o no. Perché anche le primarie di coalizione, a ben guardare, si ragiona tra i sostenitori di Conte, per lui sono win-win: «Se vince, ha fatto bingo e magari va a Palazzo Chigi. Se perde, comunque perderà bene, ottenendo una percentuale superiore a quella che il M5S ha nei sondaggi o alle ultime tornate elettorali».

Nel frattempo, Conte continua a mettere in difficoltà Schlein. Ultimo esempio, la proposta di fare entrambi un passo indietro a favore non di una figura super partes, ma addirittura di un esponente del Pd, Roberto Gualtieri. E ha fatto sapere, prima ai giornali, poi in tv, che a rifiutare è stata la segretaria del Pd: «In un recentissimo incontro», ha detto su La7 a Coffee Break, «ho invitato Schlein a valutare, vista la preoccupazione per le primarie che c’è in parte dell’elettorato, un passo indietro di tutti i leader di partito per proporre una terza figura. Gualtieri? Non ho fatto nomi perché non c’è per lei questa disponibilità». E ancora: «Noi siamo pronti a parlare di programma». Sottinteso: sono gli altri che ci fanno aspettare. E anche sulle primarie, ha fatto capire che se non si fanno subito, la colpa è del Pd: «Quando si sceglie una via va perseguita, anche per chiarezza con l’elettorato, non c’è dubbio. Non è che possiamo rimanere lì a tempo indeterminato nella totale incertezza».

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Non c’è da stupirsi, allora, se i rapporti tra Schlein e Conte sono molto freddi. Si è visto lunedì alla presentazione del libro di Dario Franceschini, dove i due si sono appena scambiati un saluto, e si è rivisto a Montecitorio in due occasioni. Prima alla buvette, a margine del voto di fiducia sulla legge elettorale. L’ex premier si palesa alla buvette. I cronisti lo fermano. Passa Schlein. «Ciao Giuseppe», grida lei, poi corre verso l’aula. Più tardi si incrociano al primo piano di Montecitorio. Schlein esce dall’ascensore, Conte arriva dalle scale. I cronisti li invitano a fermarsi. Nessun saluto. Ciascuno corre verso il suo gruppo.

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