C’erano mille persone ieri a Roma all’evento di solidarietà a Sigfrido Ranucci per dire «No alla censura di Stato». Semplici simpatizzanti dell’ex conduttore di Report, ma anche tanti campioni della squadra di tifosi politico-mediatici dell’amico di Valter Lavitola, mandante reo confesso dell’attentato ai suoi danni. C’erano il senatore grillino ed ex pm antimafia Roberto Scarpinato, l’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, il sosostituto procuratore anti-clan Nino Di Matteo. È stato anche proiettato il video di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e attivista.
E proprio nel bel mezzo della serata, tra applausi e cori per l’«amico» Ranucci, arriva la doccia gelata della sentenza firmata dal giudice del Lavoro Donatella Casari. Tocca a Paolo Mondani, storico inviato di Report, dare il triste annuncio alla platea: «È complicato intervenire perché poco fa è arrivata la notizia che il ricorso per il reintegro di Sigfrido Ranucci è stato bocciato. Lascio a lui ogni commento...».
NESSUNA CENSURA
Insomma, secondo il giudice di primo grado non c’è stata nessuna «censura di Stato», nessuna indebita rimozione dalla conduzione del programma di Rai 3, nessun licenziamento “politico”. Semmai la decisione di procedere alla riorganizzazione del programma, con il cambio della conduzione e l’offerta di ruoli alternativi, era un tentativo di «risolvere quella tensione interna alla redazione che si era creata tra i membri della redazione e, come tale, strumento di tutela del sereno operare di questa nel rispetto della normativa di legge». La mancata presa di distanza da Lavitola, oltre all’incaponirsi nel restare a tutti i costi il dominus del programma, aveva incrinato a tal punto i rapporti che ad agosto sono 47 redattori su 49 ad approvare il documento che chiede a Ranucci un cambiamento alla guida di Report: si invocano accanto a Sigfrido altri due “coautori” per gestire la redazione, un coordinamento di redazione composto da 7 redattori e l’introduzione di un coordinamento degli inviati. Insomma si proponeva una gestione collegiale per togliere tutti dall’imbarazzo di essere ancora guidati, come se nulla fosse, da Ranucci. Invece per Sigfrido - che risponde con tono sprezzante alla mail dell’alfiere della redazione Giorgio Mottola - quella era una «proposta irricevibile». Il successore di Milena Gabanelli era convinto di andare avanti nonostante i pranzi al Cefalù, il sondaggio di Lavitola per lanciarlo in politica, il paragonarsi addirittura a Falcone e Borsellino e così via.
NEMICI PLANETARI
La sentenza toglie Ranucci dagli studi di Report di via Teulada, dove ancora si presentava ogni tanto imbarazzando i giornalisti della redazione, e mette la parola fine anche alla teoria del complotto portata avanti in varie forme dall’ex conduttore. Il quale se l’è presa inizialmente con viale Mazzini, il governo Meloni e i colleghi che chiedevano un passo indietro per motivi di opportunità («Mottola guadagna 330mila euro l’anno!»). Ma nel tempo il complottone ha incluso i direttori dei giornali di destra, il guru dell’intelligenza artificiale Peter Thiel, il presidente americano Donald Trump, il fondatore di Amazon Jeff Bezos e persino la concessionaria che gli ha chiesto la tessera sanitaria per acquistare la nuova macchina: «La vuole il ceo di Palantir». Scoppiata la bolla di sapone della congiura, l’approdo in politica potrebbe essere lo sbocco naturale del conduttore di Report in tour per l’Italia da mesi con il suo spettacolo teatrale. Ieri Mondani ha tuonato davanti ai mille sostenitori di Sigfrido: «La battaglia è appena iniziata». Chissà che persa la poltrona di Report, svaniscano anche le smentite di Ranucci sulla discesa in campo.




