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Ci mancava solo l’alleanza tra maranza e intellò della Ztl

Da Cacciari a Giannini, benpensanti in difesa dei giovani che devastano l’Italia: "Nei cortei può succedere..."
di Giovanni Sallustimartedì 20 ottobre 2026
Ci mancava solo l’alleanza tra maranza e intellò della Ztl

3' di lettura

C’è una nuova alleanza a definire i contorni del progressismo contemporaneo, questo neo-oscurantismo che va a rimorchio della violenza di piazza. È un’alleanza tra l’alto (presunto) e il basso (criminale), tra la pigrizia del conformismo intellettuale e l’attivismo dei picchiatori a volto coperto. In mezzo, rimane tritata la maggioranza silenziosa, quella che insegue stipendi e fatturati, e che vede le sue vetrine spaccate, i suoi negozi saccheggiati, le sue auto bruciate.
È, per dirla in soldoni (quelli dei danni procurati) l’alleanza tra il maranza e l’intellò della Ztl. È un blocco sociale inedito, che ha un’agenda cristallina: l’incendio nelle città europee (in Italia si aggiunge la postilla strapaesana: contro il governo criptofascista delle destre). L’intellò non ve la racconterà mai così, ovviamente.
Parlerà, straparla ogni giorno di “protesta”, “disagio”, “emarginazione”, “rivolta giovanile”, i più novecenteschi si spingeranno a scomodare “responsabilità strutturali della politica”.

Il minimo comun denominatore del loro frasario è, per converso, la de-responsabilizzazione radicale degli individui criminali, in favore dei nuovi miti collettivi: la Jeunesse in Colère, i giovani “senza futuro” (formulazione precotta buona per ogni presente), la generazione Z. Anzi, la “GenZ”, come sintetizza Ilaria Salis, che «è in rivolta ovunque» e «ha ragione»: com’è evidente, siamo in un orizzonte di fede, non di ragione. La fede che buona parte della classe dirigente occidentale ripone nelle squadracce maranza che devastano le città per portare in fondo il proprio nichilismo, farla finita con la nostra identità e perfino con qualunque simulacro di convivenza civile. Il tutto ammantato con un sociologismo fuori tempo massimo, rispetto al deflagrare della distruzione per la distruzione.

«Che cosa testimoniano questi violenti? L’emarginazione», ha sentenziato Massimo Giannini accomodato nel salotto di Fabio Fazio, citando poi «le seconde generazioni» che «non si integrano e si sentono escluse», per cui «da qualche parte questo sfogo ci deve essere». È il contorcimento del politicamente corretto: non integri chi programmaticamente non vuole integrarsi, e ti becchi le pietre. Il regista engagé Daniele Vicari lo teorizza espressamente su Repubblica: «La discussione sui metodi sbagliati della protesta somiglia alle chiacchiere su quanto sia sbagliato che un aereo precipiti al suolo mentre sta precipitando: tempo perso». Teste spaccate, espropri proletari nei supermercati, incendi: dettagli, sentimentalismi per debosciati borghesi (detto ovviamente al caldo del proprio confort borghese). C’è da fare la rivoluzione, che come ricordava il compagno Mao non è un pranzo di gala.

Intanto, i loro beniamini in strada più che al Libretto Rosso guardano al Corano, sbraitano «Allah Akbar», ma chissenefrega, l’importante è appiccare il fuoco, “fare come in Francia”. Lo auspicano da settimane, e adesso che è successo anche una voce non sempre intruppata come Massimo Cacciari non sta nella pelle: «Nelle manifestazioni può accadere di tutto ma è evidente che la protesta nasce da un’insoddisfazione radicale, da una rottura generazionale, come c’è stata anche nel passato», ha consegnato a La Stampa. Nostalgia (sessantottarda) canaglia, e traditrice. Il mondo non è una proiezione delle proprie ossessioni generazionali, il mondo scarta e cambia riferimenti: non contesta il capitalismo, la teppa maranza. Piuttosto, odia l’Italia, non solo non vuole essere integrata nel tessuto del Paese, vuole disintegrarlo a prescindere. Ma questa disintegrazione, all’aperitivo della Ztl gauchista, è ancora raccontabile come lotta di classe, o quantomeno come “movimento studentesco”.

Dietro quest’impostura giornalistica, c’è il nuovo blocco sociale della “protesta” (cioè della rivolta sociale, copyright Maurizio Landini): il maranza che devasta in strada e l’opinionista che dà sponda in poltrona. Qui si può misurare tutto il fossato col Sessantotto originale: allora a scagliare sassi contro i poliziotti c’erano i “figli di papà” di pasoliniana memoria. Oggi i figli di papà sono cresciuti, sono diventati establishment (secondo Pasolini, il loro obiettivo fin da subito) e si limitano a fornire copertura all’avanguardia violenta, facendo sociologia di retroguardia. Forse nell’illusione, conscia o inconscia, di «nutrire il coccodrillo sperando di essere mangiati per ultimi», come avrebbe detto Sir Winston Churchill. Che i loro beniamini in passamontagna non ricambino il transfert ideologico-affettivo, infatti, è molto più di una certezza.