Non chiamateli maranza. La pratica progressista di dissolvere le parole per cancellare il problema continua. L’ultimo in ordine di tempo a iscriversi all’elenco degli smacchiettatori è stato il sindaco di Torino, esponente del Partito democratico, Stefano Lo Russo. «Non esistono i maranza, esistono i ragazzini», siamo proprio all’occultamento del termine. «E ognuno ha la sua dimensione di fatica e sofferenza. Anche i giovani che non vivono nelle periferie degradate hanno fenomeni di disagio psicologico piuttosto evidenti, a prescindere dalle condizioni e dalla zona in cui vivono. Se smettiamo di guardare la storia personale e non ci poniamo il problema di trovare delle soluzioni al disagio personale commettiamo un errore», dichiarazioni rilasciate a La Stampa. Subito lo ha seguito il suo concittadino Marco Grimaldi, vicepresidente di Avs, che in Aula ha asserito: «Definire maranza un’intera generazione è trasformare disagio sociale in stigma etnico».
Riavvolgiamo il nastro e torniamo ad agosto quando Annalisa Cuzzocrea su Repubblica chiedeva la revisione del vocabolo. Nonostante il lemma abbia trovato posto anche nella Treccani. Ovvero? «Giovane che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi, caratterizzati da atteggiamenti smargiassi e sguaiati e con la tendenza ad attaccar briga, riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente (con capi e accessori griffati, spesso contraffatti) e dal linguaggio volgare». Un codice di comportamento con i propri canoni e il proprio gergo: quello della trap. Quello di cantanti come Baby Gang e Simba La Rue. Con il primo che nel brano Marocchino, sua autentica hit, segna il vademecum di questi giovani eradicati dalle identità: «Ti giuro su mamma/ Lo dico, lo faccio/ Chiedilo a Banga/ Rapine e spaccio/ E il resto non parlo/ Ho Acab nel braccio/ Gli sbirri sul cazzo».
Torniamo dalla Cuzzocrea. «Dovremmo fare un esame di coscienza, prima o poi, e dirci chiaramente una cosa: i maranza non esistono. Non esistono ragazzini che solo per come si vestono o per il modo in cui sono arrivati in Italia o per la famiglia da cui provengono possono essere considerati delinquenti. È una semplificazione orrenda, razzista, incivile, che dalle pagine di troppi giornali è passata negli atti governativi segnando uno dei punti più bassi raggiunti negli ultimi anni. Esistono ragazzini che crescono in contesti di fragilità sociale e nei quali cresce una rabbia che diventa violenza». Non esistono, ma intanto sono lì a fissarci. Osservano le nostre ritrosie, le nostre paure e i nostri orizzonti andare in frantumi come una vetrine della Decathlon. Per chiudere, invece, ci rechiamo alle pendici delle parole pronunciate dall’ex capo della polizia Franco Gabrielli ora fondatore del partito, creato insieme al fu direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini, “Più uno. Uguali per Costituzione”. A fine settembre, sulle frequenze di La7 durante la trasmissione In Onda, ha voluto iscriversi al “movimento d’opinione” che vuole dissipare il maranzismo. «Intanto mi piacerebbe che si togliesse dal dibattito la parola maranza che è un insulto dal timbro etnico, perché nello slang milanese significa “marocchino zanza”. È come se negli anni ’70 avessero fatto una norma sui terroni».
La lingua ingloba, crea e potrebbe anche far sparire il lemma, ma il disagio di una generazione di apolidi nel cuore d’Europa resta perfettamente al centro del ciclone. E a questa bomba a orologeria, incurante del patto progressista che la sinistra continua a sventolare come vessillo, va trovato un disinnesco dandogli un nome e un cognome. Resta così, come monito, la lezione di Ulisse e di Nessuno. Il ciclope Polifemo viene aggirato dall’astuzia del protagonista dell’Odissea. Qui invece è la stessa sinistra a voler gettare nel vento il termine maranza, in coup de théâtre che lascia sul campo, insieme ai sampietrini, le inquietudini della Gen Z senza che le vengano date nuove prospettive.




