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WOMEN AGAINST LUNG CANCER IN EUROPE (WALCE)

Disparità di accesso a test e cure
"è un problema a livello europeo"

Presentato al ministero della Salute il 'Report 2018' realizzato dall’Associazione lung cancer Europe (Luce) sulla situazione dei pazienti con carcinoma del polmone in tutta Europa. Nel nostro paese emergono criticità importanti

8 Novembre 2018

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Disparità di accesso a test e cure"è un problema a livello europeo"

Presentati da Women against lung cancer in Europe (Walce), negli scorsi giorni al ministero della Salute i dati del Report 2018 realizzato dall’Associazione lung cancer Europe (Luce) con lo scopo di sensibilizzare i decisori politici a livello nazionale e locale. Nonostante i grandi passi avanti compiuti in oncologia stiano cambiando lo scenario del carcinoma del polmone, in tutta Europa e soprattutto nei paesi dell’Est, si fa ancora fatica a migliorare la sopravvivenza dei pazienti perché ci sono ancora forti diseguaglianze nell’accesso alle terapie più innovative e all’assistenza. In Italia, nonostante siano approvati e rimborsati i principali test diagnostici molecolari, questi non sono effettivamente disponibili su tutto il territorio nazionale, con disomogeneità territoriali a livello regionale. Inoltre, il nostro Paese si è fatto spesso trovare indietro nell’adozione delle terapie innovative per il tumore al polmone, con tempi d’attesa medi di oltre 20 mesi tra l’approvazione European medicines agency (Ema) e la decisione dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e un ritardo medio tra i 6 e i 12 mesi tra l’approvazione italiana e l’effettivo rimborso e uso sul territorio. “La diagnosi tempestiva del tumore polmonare e l’accesso ai test molecolari per tipizzare la neoplasia sono due criticità importanti anche nel nostro Paese – dichiara Silvia Novello, professore ordinario di oncologia medica presso l’Università degli studi di Torino e presidente Walce – vi sono oggettivamente alcuni ostacoli responsabili delle disuguaglianze a livello nazionale. Intanto, la frammentazione regionale nei processi di approvazione e regolamentazione dei nuovi farmaci, che non semplifica le procedure e porta inevitabilmente a una disparità sul territorio nazionale: in questo, auspichiamo che la conferenza Stato-regioni possa intervenire per implementare i processi regolatori e far sì che il sistema di rimborso dei farmaci diventi univoco da Nord a Sud del Paese. Servirebbe, poi, centralizzare il sistema delle analisi riguardo i test molecolari, garantendo sia la presenza delle figure deputate ad essi all’interno delle strutture oncologiche sia la copertura nazionale dei test diagnostici”. Il carcinoma del polmone rappresenta la prima causa di morte per tumore nell’Unione Europea ed è causa di un decesso per tumore su 5 a livello mondiale. Nel 2015 sono state registrate in Italia oltre 33.800 morti per tumore del polmone; nel 2018 si attendono nel nostro Paese 41.500 nuove diagnosi di tumore del polmone, delle quali oltre il 30 per cento nel sesso femminile: il 10 per cento di tutte le diagnosi di tumore a livello nazionale. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni dei pazienti con tumore polmonare in Italia è pari al 16 per cento in linea con gli altri Paesi europei; un dato molto basso, anche se condizionato negativamente dalla grande proporzione di pazienti diagnosticati in stadio avanzato. “Il carcinoma polmonare si posiziona tra i principali big killer al mondo, per incidenza e per mortalità – commenta Francesco Cognetti, direttore oncologia medica, Istituto nazionale Regina Elena di Roma e presidente fondazione Insieme contro il cancro – il recente progresso nella conoscenza della biologia delle neoplasie ha consentito di individuare tumori che esprimono specifiche alterazioni molecolari, per le quali sono stati sviluppati nuovi farmaci biologici, sempre più efficaci. Ma se la ricerca fa passi da gigante, la burocrazia purtroppo continua a disseminare la strada di ostacoli e questo non fa che peggiorare la difformità di accesso ai test e alle cure sul territorio nazionale”.

Il quadro che emerge dal Report luce 2018 che rappresenta i pazienti affetti da tumore del polmone, i loro familiari e caregiver che vivono in Europa. Il report che ha indagato sulle disparità di accesso a diagnosi, terapie e assistenza in Europa ha individuato i numerosi ostacoli che contribuiscono alla non equità assistenziale: la tempistica, con un ritardo cronico nelle diagnosi e ritardi nelle procedure registrative dei nuovi farmaci; i costi, elevati quelli dei farmaci innovativi, in molti casi a carico dei pazienti, e innumerevoli le difficoltà amministrative; l’accesso ai test diagnostici molecolari, non sempre diffusi uniformemente sul territorio nazionale dei Paesi europei e non sempre disponibili per tutti i pazienti; la carenza o assenza di team e competenze multidisciplinari in molti ospedali di diversi Paesi europei; l’accesso alle attrezzature moderne per la radioterapia, che per motivi strutturali e organizzativi varia da Paese a Paese; l’accesso alle sperimentazioni cliniche con i nuovi farmaci, ancora deficitario per i pazienti con tumore del polmone; infine, lo scarso coinvolgimento delle Associazioni dei pazienti nei processi di valutazione di Health assessment technology (Hta). “Il report condotto dall’associazione Luce, a distanza di due anni dalla prima indagine conoscitiva a livello europeo sul tumore del polmone, indica chiaramente come l’accesso dei pazienti ai farmaci anticancro innovativi, pur essendo questa una questione di estrema rilevanza per la politica sanitaria dell’Ue, presenti importanti disparità tra i vari paesi, tra cui l’Italia, così come l’accesso alla diagnostica molecolare – commenta Stefania Vallone, presidente Luce – questi sono dati molto preoccupanti dal momento che l’effettivo impiego delle terapie innovative dipende dalla loro rapida disponibilità e rimborsabilità, e lo stesso vale per le analisi di diagnostica molecolare per una corretta classificazione del tumore polmonare”. Le disparità nell’accesso alle terapie personalizzate rappresentano un tema molto attuale di diritto alla salute. “Se un test stabilisce che una persona è adatta a una specifica terapia e che dunque un'altra sarebbe inefficace, la possibilità di accesso a quella diagnostica e a quelle cure innovative non può essere lesa da disparità alcuna, essendo un diritto fondamentale dell’individuo sancito dall’art. 32 della Costituzione – commenta Francesca Moccia, vice segretario generale di Cittadinanzattiva – un diritto inalienabile, sia perché i cittadini che ne usufruiscono possono contare su maggiori possibilità di sopravvivenza e su una migliore qualità di vita, sia perché una mancata prestazione e una cura non adatta implicano uno spreco non più sostenibile del denaro pubblico che, al contrario, deve essere finalizzato a raggiungere l’obiettivo di salute della collettività”.

Il grande lavoro portato avanti in Italia da Walce e dalle altre associazioni fa sì che i diritti dei pazienti siano sempre tutelati al massimo. “Il principale ostacolo è rappresentato dalla carenza, quando non proprio assenza, di un’informazione capillare sui diritti dei malati di cancro. Se non ci fossero le associazioni – dichiara Elisabetta Iannelli, segretario generale Federazione italiana associazioni di volontariato in oncologia (Favo) – le persone malate non saprebbero come far rispettare i propri diritti e quindi è fondamentale che sia assicurata la conoscenza degli strumenti di tutela giuridica ed economica sia per i pazienti che per i caregiver oncologici, anche al fine di difendere il posto di lavoro e la retribuzione”. È fondamentale però che le associazioni lavorino congiuntamente con tutti gli attori della sanità. “Quando tutti gli stakeholder, associazioni dei pazienti oncologici, comunità scientifiche, aziende, politici di tutti i partiti a livello nazionale e regionale – spiega Annamaria Mancuso, presidente 'Salute donna' onlus e coordinatrice de ‘La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere’ – siedono attorno a un tavolo per trovare insieme le migliori soluzioni possibili affinché tutti i protagonisti dell’oncologia non vadano in ‘sofferenza’, in primis i malati che della catena sono l’anello più debole e fragile, allora è possibile raggiungere traguardi importanti. L’esperienza ci sta insegnando che l’unione e la collaborazione fanno la forza”. (MATILDE SCUDERI)

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