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PAROLA ALL’ESPERTO

Epilessia. Carlo Di Bonaventura:
“Meno le crisi con Brivaracetam”

Il neurologo del Policlinico Umberto I, nel corso del Congresso nazionale Lice, presenta i risultati del nuovo farmaco antiepilettico Ucb utilizzabile come terapia aggiuntiva, nelle forme di epilessia focale farmaco resistente

6 Luglio 2019

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Epilessia. Carlo Di Bonaventura: “Meno òe crisi con Brivaracetam”

Nella scelta di un farmaco antiepilettico (Aed), nelle prime fasi di malattia, è importante considerare l’utilizzo di medicinali efficaci ma con un profilo di tollerabilità ottimale al fine di poter permettere una normale vita relazionale. L’epilessia è una sindrome neurologica che colpisce circa 60 milioni di persone nel mondo, 6 milioni in Europa e in Italia ha una prevalenza di 0,76 per cento casi, pari a circa 500 mila pazienti con epilessia attiva. Nel nostro Paese si registrano 61 pazienti/anno per 100 mila abitanti, con due picchi: nell’età pediatrica e sopra i 75 anni. Al simposio di Ucb Pharma, tenutosi nel corso del 42° Congresso nazionale della Lice (Lega Italiana Contro l’Epilessia), hanno preso parte 600 epilettologi giunti da tutta Italia. È stata l’occasione per discutere delle modalità di scelta delle prime terapie aggiuntive nei pazienti con crisi ad esordio focale alla luce dell’introduzione sul mercato Italiano ed internazionale del nuovo antiepilettico Ucb brivaracetam e sono stati presentati i risultati dei primi studi di pratica clinica effettuati nei diversi paesi Europei.

Brivaracetam è il terzo farmaco introdotto recentemente sul mercato mondiale, appartiene al filone di ricerca di levetiracetam, pur avendo nette differenze nel profilo d’efficacia, sul meccanismo d’azione e sul profilo di tollerabilità. “Il brivaracetam è attualmente riconosciuto come farmaco che si può utilizzare come add-on, cioè come terapia aggiuntiva, nelle forme di epilessia focale farmaco resistente”, a spiegarlo è Carlo Di Bonaventura del dipartimento di Neuroscienze e salute mentale. Neurologia e Psichiatria del Policlinico Umberto I. In occasione del simposio, l’esperto ha presentato i dati di uno studio clinico che stanno portando avanti due centri, il suo e il Neuromed – Istituto Neurologico Mediterraneo Pozzilli. “Abbiamo messo insieme 165 pazienti, quasi tutti affetti da forme di epilessia focale. I dati sono ancora quelli preliminari perché abbiamo avuto il farmaco abbastanza tardi, quindi, nessun paziente ha ancora completato il follow up di 1 anno. Nel Lazio è penetrato nel mercato a settembre del 2018. I pazienti che fanno parte del nostro studio clinico sono particolarmente farmaco resistenti, è una popolazione complessa e difficile da gestire. La stragrande maggioranza ha provato il farmaco dopo una storia molto lunga, la maggior parte aveva provato nella sua storia più di 6-7 farmaci e sono pazienti pluritratatti“, ha dichiarato  Di Bonaventura.

I risultati riscontrati, dunque, quali sono? “Le risposte dei pazienti – continua - che abbiamo avuto, da 3-6 mesi, in una popolazione molto eterogenea e molto farmaco resistente, sono state più che apprezzabili perché siamo collocati intorno al 45 per cento di risposta, in termini di riduzione di crisi e anche, in un numero minore di casi, scomparsa delle crisi stesse”. Come per tutti i farmaci, “è importante provare il brivaracetam nella pratica clinica reale perché l’utilizzo negli studi clini controllati prevede una serie di limiti – evidenzia Di Bonaventura - Innanzitutto perché la popolazione che viene arruolata non sempre è rispondente alle caratteristiche del mondo reale e, inoltre, ogni paziente è diverso, ognuno ha le proprie comorbidità. Un ambiente, quindi, estremamente controllato, anche se fornisce dati necessari alle prove scientifiche, può essere poco informativo sulla pratica clinica reale. Nel real life, invece, hai l’opportunità di valutare effettivamente l’efficacia del farmaco. Quando il brivaracetam è arrivato in Italia c’erano già degli studi pubblicati nei quali si riscontravano già, anche in popolazioni fortemente farmaco resistenti, buone performance del farmaco perché, in termini di miglioramento, nei pazienti c’è stata una riduzione delle crisi del 40 per cento e la completa scomparsa in quasi il 20 per cento. È un farmaco, quindi, che, anche nella pratica clinica, ha dato grandi speranze quando è arrivato sul mercato”.

Il brivaracetam si propone come un farmaco diverso da tutti gli altri perché è l’unico medicinale che non ha bisogno di essere titolato per raggiungere la dose terapeutica. La necessità di titolare i farmaci antiepilettici nasce, in generale, dallo scarso profilo di tollerabilità che caratterizza questa tipologia di trattamenti. Se fossero somministrati alla dose minima efficace dal primo giorno, nessun paziente sarebbe in grado di sopportarne gli effetti collaterali e specialmente correlati al sistema nervoso centrale. Avere quindi a disposizione un farmaco a titolazione rapida che dimostra, sin da subito, un profilo di tollerabilità distintivo ed ottimale per la classe degli antiepilettici, rappresenta un significativo passo avanti nel trattamento dell’epilessia.

La molecola, inoltre, è in grado di raggiungere il suo target nei neuroni della corteccia in pochi minuti, caratteristica che potrebbe mostrarsi estremamente utile ogni qualvolta ci sia la necessità di avere un effetto rapido, ad esempio nelle situazioni più critiche. Circa il 60 per cento delle epilessie sono definite con crisi ad esordio focale, cioè la crisi parte da uno o più punti definiti nella corteccia cerebrale. Il restante 40 per cento appartiene al gruppo delle cosiddette epilessie generalizzate primarie, dove la crisi parte contemporaneamente da tutta la corteccia dei due emisferi. Brivaracetam ha indicazioni per il trattamento aggiuntivo nelle epilessie con crisi ad esordio focale a partire dai 16 anni. L’epilessia è una patologia sociale perché, oltre alla frequenza delle crisi e alle complicanze associate alla malattia, ad influire sulla qualità di vita dei pazienti sono anche i pregiudizi. La maggior parte delle persone affette da questa condizione vive con disagio la malattia, nascondendola per timore di essere discriminato o emarginato. Questa la ragione per cui è importante continuare a fare ricerca per trovare nuove cure. (ANNA CAPASSO)

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