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ERADICAZIONE

Se il virus si annida nel cervello?
Nuove strategie nella lotta all’Hiv

Secondo studi recenti una persona con Hiv su quattro mostra deficit di tipo cognitivo; anche se in due casi su tre, grazie all’effetto delle terapie, si tratta di disturbi di tipo asintomatico

22 Ottobre 2019

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Paola Cinque e Andrea Antinori

Paola Cinque e Andrea Antinori

Ha di recente chiuso i lavori a Roma l'ottava edizione di Neuro Hiv, International meeting on Hiv infection of the central nervous system. L'appuntamento, organizzato dall’Ospedale San Raffaele di Milano e dall’Istituto Spallanzani di Roma, ha ospitato importanti ricercatori di base e clinici del panorama scientifico italiano e internazionale. "Diverse le novità sul fronte clinico che emergono da questo simposio - spiega la professoressa Paola Cinque, specialista in malattie infettive all'ospedale San Raffaele di Milano - Innanzitutto è emerso che i problemi neurologici gravi nelle persone trattate non si vedono quasi più, e si riscontrano solo in persone sieropositive non in terapia. Invece c'è un grosso problema, quello relativo ai disordini cognitivi, che potrebbero però anche essere dovuti ad altri problemi neurologici e all'età. Il legame tra virus e problemi cognitivi, infatti, è da stabilire con certezza: l'interpretazione di questi dati non è univoca. In una prospettiva più generale, comunque, è fondamentale tenere presente che la persistenza del virus nel sistema nervoso rappresenta un potenziale ostacolo verso l’ambizioso obiettivo di eradicazione dell’infezione. Questo aspetto va quindi tenuto presente nel disegno e nella conduzione degli studi sui nuovi approcci terapeutici che si prefiggono di eliminare il virus dall’organismo o di tenerlo sotto controllo al di là delle terapie tradizionali".

Gli specialisti italiani assicurano che in Italia la quasi totalità dei pazienti, ad oggi in terapia antiretrovirale, ha una viremia controllata: il 90-95 per cento dei soggetti in cura sono in una condizione di soppressione della carica virale. Ma persistono alcuni problemi:innanzitutto il sommerso, ossia quelle persone che non sanno di essere Hiv positive: secondo stime recenti si parla di circa 15 mila soggetti che, ignari della propria condizione, possono sfociare in uno stadio avanzato di malattia, nonché infettare altre persone. È importante, inoltre, agire preventivamente: oltre la metà delle nuove diagnosi avviene in una fase di immunodeficienza e una nuova diagnosi su cinque, avviene in fase di malattia conclamata (Aids). Una terapia precoce con farmaci antiretrovirali offre quindi importanti prospettive di salute, sicurezza, efficacia. Nonostante il controllo sistemico dell'infezione e i nuovi risultati nella terapia, l'infezione del sistema nervoso centrale può giocare un ruolo chiave all'interno di questa importante battaglia. L'infezione cronica di alcune cellule del sistema nervoso centrale, infatti, richiede diverse e nuove strategie di controllo. 

Il virus Hiv, per sua natura, si può rifugiare nel sistema nervoso centrale. Tale presenza può produrre nel tempo patologie anche degne di rilievo. Questo perché nel sistema nervoso si genera una zona di ‘sequestramento’ in cui il virus potrebbe continuare a lavorare indisturbato, provocando disturbi di tipo cognitivo, di lieve o moderata entità. Si parla per lo più di disturbi relativi all’attenzione e alla memoria, nonché relativi alle funzioni esecutive e a quelle dei movimenti più fini. "Secondo recenti studi - spiega il professor Andrea Antinori, infettivologo, direttore malattie infettive dell’istituto Lazzaro Spallanzani di Roma - una persona con Hiv su quattro mostra deficit di tipo cognitivo; anche se di questo 25 per cento in due casi su tre il disturbo è di tipo asintomatico, riscontrabile quindi solo tramite appositi test. Parliamo dunque di un disturbo di alcune funzioni, quali motorie, mnemoniche ed esecutive, che comunque nella maggior parte dei casi non condiziona molto la quotidianità. Solo il 2-3 per cento dei pazienti con Hiv e con un difetto cognitivo sviluppa patologie più gravi, le cosiddette demenze, che corrispondono allo stadio più avanzato della malattia.Il sistema nervoso centrale è inoltre un serbatoio naturale per il virus – continua l’esperto - perché alcune cellule nel sistema nervoso centrale, come i macrofagi e la microglia, possono albergare il virus. In queste cellule può essere presente una infezione persistente, che si replica più lentamente o comunque in maniera diversa rispetto a quanto avviene nel sangue periferico e negli altri compartimenti. Combattere questo virus, che si nasconde nel cervello, è la nuova grande sfida per le cosiddette strategie di ‘cura funzionale’, che puntano ad arrivare al controllo della replicazione virale anche in assenza di terapia”. (MATILDE SCUDERI)

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