Da anni gli scienziati cercano nuove strategie per rallentare o contrastare il morbo di Alzheimer, la forma più comune di demenza al mondo. Nonostante l'arrivo di alcuni farmaci innovativi, i risultati ottenuti finora sono stati limitati e spesso accompagnati da effetti collaterali importanti. Per questo motivo cresce l'interesse verso approcci non invasivi che possano aiutare il cervello a difendersi dalla malattia.
Una ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) ha esplorato una strada sorprendente: utilizzare semplici stimoli sonori a una frequenza di 40 hertz per influenzare i processi biologici coinvolti nell'Alzheimer.
Lo studio è stato condotto su nove scimmie rhesus anziane, animali particolarmente importanti per la ricerca perché il loro cervello presenta molte somiglianze con quello umano. Inoltre, con l'avanzare dell'età, anche queste scimmie possono sviluppare accumuli di proteine simili a quelli osservati nei pazienti affetti da Alzheimer. Ma perché proprio 40 hertz? Questa frequenza corrisponde alle cosiddette oscillazioni gamma, particolari attività elettriche che permettono a diverse aree del cervello di comunicare tra loro. Numerose ricerche hanno mostrato che nei pazienti con Alzheimer queste oscillazioni risultano alterate o ridotte. Negli ultimi anni alcuni esperimenti sui topi avevano suggerito che la stimolazione a 40 hertz, ottenuta attraverso luce o suoni pulsati, potesse favorire l'eliminazione delle proteine tossiche associate alla malattia, in particolare la beta-amiloide, che forma le caratteristiche placche presenti nel cervello dei pazienti.
Lo studio pubblicato su PNAS ha voluto verificare se questi effetti fossero osservabili anche nei primati, un passaggio fondamentale prima di immaginare possibili applicazioni cliniche sull'uomo.
Le scimmie sono state sottoposte a sette giorni consecutivi di stimolazione uditiva a 40 hertz. I ricercatori hanno quindi monitorato il liquido cerebrospinale, il fluido che circonda cervello e midollo spinale e che rappresenta una preziosa finestra sui processi biologici che avvengono nel sistema nervoso. I risultati hanno sorpreso gli stessi autori. Dopo appena una settimana di trattamento, i livelli delle proteine beta-amiloide nel liquido cerebrospinale sono aumentati di oltre il 200%. A prima vista potrebbe sembrare una cattiva notizia. In realtà gli scienziati interpretano questo aumento come un possibile segnale che il cervello stia eliminando più efficacemente la proteina accumulata nei tessuti cerebrali. In altre parole, una maggiore quantità di beta-amiloide nel liquido cerebrospinale potrebbe indicare che il sistema di "pulizia" del cervello sta funzionando meglio. Un aspetto particolarmente interessante riguarda la durata dell'effetto. L'aumento della beta-amiloide nel liquido cerebrospinale è rimasto evidente per oltre cinque settimane dopo la fine della stimolazione sonora. Si tratta di un risultato mai osservato negli studi precedenti condotti sui roditori.
Al contrario, i ricercatori non hanno rilevato cambiamenti significativi nei livelli della proteina Tau, l'altra grande protagonista della malattia di Alzheimer, responsabile della formazione dei grovigli neurofibrillari che danneggiano i neuroni.
Le analisi effettuate successivamente su alcuni animali hanno confermato la presenza di placche amiloidi nel cervello, suggerendo che la stimolazione a 40 hertz possa influenzare in modo specifico il metabolismo della beta-amiloide. Secondo gli autori, uno dei possibili meccanismi coinvolti riguarda il sistema di drenaggio del cervello. La stimolazione gamma potrebbe migliorare il movimento dei fluidi cerebrali e favorire la rimozione delle sostanze di scarto, comprese le proteine associate all'Alzheimer.
Naturalmente è importante sottolineare che non si tratta ancora di una cura. Lo studio non dimostra che la stimolazione sonora migliori la memoria o arresti la progressione della malattia. Inoltre, il numero di animali coinvolti era limitato e saranno necessari ulteriori studi per confermare i risultati.
Tuttavia, la ricerca pubblicata su PNAS rappresenta un passo importante. Per la prima volta, infatti, una stimolazione uditiva a 40 hertz ha mostrato effetti biologici duraturi in primati anziani, una condizione molto più vicina a quella umana rispetto ai tradizionali modelli murini. Se questi risultati verranno confermati da future sperimentazioni cliniche, un semplice trattamento basato su stimoli sonori potrebbe un giorno affiancare le terapie esistenti, offrendo un approccio sicuro, non invasivo e potenzialmente accessibile per combattere una delle malattie più difficili del nostro tempo.




