Probabilmente manco serve che sorridi. Anche perché, visto lo scopo finale, c’è poco di cui stare allegri: sarà pure accurato, sarà pure una conquista della scienza (e lo è per davvero, è uno strumento rivoluzionario per la medicina), ma un algoritmo con l’intelligenza artificiale che, da un selfie scattato un po’ come ti pare, ti dice quanti anni ti restano da vivere, a noi ipocondriaci per natura, lascia abbastanza perplessi. Ma che, davvero?
Verdonianamente sì, nel senso che è realtà realissima seppur digitale (l’ha messa a punto un gruppo di ricercatori del Mass general brigham di Somerville, negli Usa): e vediamo di dircelo subito, le implicazioni per le cure oncologiche manco tocca star qui a elencarcele. Però che cribbio. È che vien su l’ansia solo a parlarne. Ché ti metti lì, davanti alla dannatissima fotocamera del dannatissimo iper-presente cellulare, con la luce del salotto di casa tua o quella del tramonto al mare, struccata o col fondotinta delle grandi occasioni, con la barba di due giorni oppure appena fatta, di tre quarti o col mento all’insù (che smagrisce), al super cervellone frega niente. Fa i suoi calcoli e ti dice, nell’ordine, quanti anni dimostri, quanti anni hai (mica è la stessa cosa) e soprattutto quanti te ne restano. Anche no, grazie.
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D’accordo, ci sono situazioni e situazioni. Quelle per cui è stato pensato Fahr-Face (questo sistema sofisticatissimo che prevede, da una foto, la probabilità di sopravvivere a un tumore) sono serissime: e servono a salvare più vite possibili. Ma per tutte le altre (poi ci arriviamo), per favore risparmiateci la pena. Se è vero, come è vero, che la morte è l’unica cosa veramente democratica che ci resta e di passare l’esistenza a fare i barattolini dello yogurt con la data di scadenza in evidenza ne facciamo volentieri a meno. C’è chi preferisce il brivido dell’ignoto.
Non che lo studio americano appena pubblicato sulla rivista The Lancet Digital Health sia da cestinare e tanti saluti, anzi. In mano a medici e chirurghi che lo fanno di professione è una novità senza precedenti: questa IA delle immagini predittive, addestrata su più di quaranta milioni di fotografie e di volti di ogni età e di ogni etnia, sdoppiata su due canali (Fahr-FaceAge che stima l’età biologica, ossia quella che ci portiamo addosso e non quella stampata sulla carta d’identità, e Fahr-FaceSurvival che va dritto al sodo e cioè analizza il tasso di sopravvivenza), attenta, attentissima a ogni particolare, dalle rughe agli angoli della bocca all’attaccatura del naso, con una domanda di brevetto già depositata che non si sa mai, ecco, questo software in grado di capire quanto un paziente si sia “consumato”, se riesce a prognosticare anche solo la metà di quello che spergiura chi l’ha creato, è un balzo in avanti non da scherzo per le terapie di mezzo pianeta.
Della serie, tra i malati oncologici curati con la radioterapia negli Stati Uniti, quelli che secondo l’IA dimostravano almeno cinque anni più della loro età reale, avevano un rischio di morte più alto del 21% nell’arco di un’osservazione media di quattro anni; a chi ne dimostrava almeno cinque in meno, si abbassava il pericolo al 17%. Numeri, percentuali, ché poi sono la sola lingua che capisce l’IA: se servono ad allungarci il tempo su questo pianeta ben vengano (tra l’altro Fahr-Face è “appena” alle battute iniziali, sì è la «prima dimostrazione che un modello di intelligenza artificiale può prevedere direttamente la sopravvivenza al cancro da una semplice fotografia», come dice Hugo Aerts del Mass general brigham, ma è anche il primo esperimento vero del settore e, per il momento, è meglio considerarlo come un aiuto per «supportare le decisioni terapeutiche personalizzate, non per sostituire il giudizio del medico», come aggiunge immediatamente Raymond Mak che firma il report).
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Se poi (ci siamo arrivati), anche solo di poco, usciamo dal seminato scientifico, be’ allora il quadro cambia. Chi ce lo fa fare? Siamo sul serio così curiosi da voler sapere prima quando ci toccherà andarcene? E a che scopo? Per vivere più intensamente quel che ci resta o per sfruttare lo stesso tempo nella vaga speranza di ingannare la Nera signora? Su, dài: il fatto è che, a questi livelli, è più business che salute e il mercato (virtuale) l’ha capito da un pezzo. Esistono siti e app e “diavolerie” elettroniche che promettono, dopo aver risposto a questionari e domande e aver “regalato” vagonate di dati e metadati a vai a sapere a chi, per qualche decina di euro e un paio di click, di indicarti una data, dì mese e anno, nella quale smetterai di esistere. Però allora, se diventa un “gioco” così, che gusto c’è nel giorno dopo giorno?




