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Tumore al pancreas svolta dalla ricerca: il nuovo farmaco che raddoppia la sopravvivenza

di Paola Natalimartedì 20 ottobre 2026
Tumore al pancreas svolta dalla ricerca: il nuovo farmaco che raddoppia la sopravvivenza

4' di lettura

Il tumore al pancreas è una delle malattie oncologiche più difficili da affrontare, soprattutto perché spesso viene diagnosticato quando è già in fase avanzata e si è diffuso ad altri organi. In queste situazioni, le terapie possono riuscire a rallentare la malattia, ma quando il tumore smette di rispondere ai trattamenti iniziali le possibilità di cura diventano più limitate. È proprio per questi pazienti che arriva una notizia importante dalla ricerca: il daraxonrasib, un farmaco sperimentale che ha mostrato risultati incoraggianti e per il quale è arrivato un primo parere favorevole a livello europeo.  Il 15 ottobre 2026, il Comitato per i medicinali per uso umano dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha raccomandato l’autorizzazione di Rasonque, il nome commerciale del daraxonrasib, per gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico la cui malattia è progredita dopo un precedente trattamento. Si tratta di un passaggio importante, perché riguarda persone che spesso hanno poche alternative terapeutiche, ma è necessario precisare che il parere dell’EMA non coincide ancora con l’autorizzazione definitiva della Commissione europea. Per arrivare alla disponibilità del farmaco in Italia saranno inoltre necessari gli ulteriori passaggi relativi al prezzo e alla rimborsabilità.

La particolarità del daraxonrasib sta nel suo meccanismo d’azione, perché interviene sulle proteine della famiglia RAS, che regolano la crescita e la sopravvivenza delle cellule. Quando alcuni geni che controllano queste proteine presentano determinate mutazioni, i segnali che normalmente regolano il funzionamento cellulare possono rimanere attivi in modo anomalo, favorendo la moltiplicazione incontrollata delle cellule tumorali. Nel tumore del pancreas queste alterazioni sono particolarmente frequenti e rappresentano da anni una delle sfide più importanti per la ricerca oncologica.  Il nuovo farmaco è stato sviluppato per bloccare l’attività di queste proteine attraverso un meccanismo che coinvolge anche una proteina chiamata ciclofilina A, con l’obiettivo di interrompere i segnali che sostengono la crescita del tumore. È un approccio diverso da quello della chemioterapia tradizionale, che agisce soprattutto sulle cellule che si moltiplicano rapidamente, mentre questa terapia mira a interferire con specifici meccanismi molecolari della malattia. Il fatto che venga assunto in compresse rappresenta un aspetto pratico interessante, anche se non elimina la necessità di controlli medici regolari e di un’attenta valutazione degli eventuali effetti collaterali.

A rendere particolarmente interessante il daraxonrasib sono i risultati dello studio internazionale di fase 3 RASolute 302, che ha coinvolto 500 pazienti con tumore del pancreas metastatico la cui malattia era peggiorata dopo un precedente trattamento. I partecipanti sono stati trattati con il nuovo farmaco oppure con una chemioterapia scelta tra quelle previste dallo studio, consentendo ai ricercatori di confrontare direttamente le due strategie. Secondo i dati riportati dall’EMA, la sopravvivenza mediana è stata di 12,4 mesi nei pazienti trattati con daraxonrasib, contro i 6,7 mesi di quelli sottoposti a chemioterapia. Anche il tempo trascorso senza un peggioramento della malattia è risultato maggiore, passando da 3,6 mesi con la chemioterapia a 7,2 mesi con il nuovo farmaco. Sono risultati rilevanti, soprattutto perché riguardano persone che avevano già ricevuto altre cure e per le quali la malattia aveva continuato a progredire.

Quando si parla di sopravvivenza mediana, tuttavia, è importante capire che cosa indicano realmente questi numeri. Non significa che ogni paziente vivrà 12,4 mesi, né che il farmaco garantisca a tutti di vivere il doppio del tempo. La mediana è un valore statistico che indica il punto in cui, durante il periodo di osservazione, metà dei partecipanti è ancora in vita e metà è deceduta. La risposta alle cure può infatti variare molto da una persona all’altra, in base alle caratteristiche del tumore, alle condizioni generali e a numerosi altri fattori clinici. C’è inoltre una precisazione sui dati: lo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine riporta, nell’analisi complessiva, una sopravvivenza mediana di 13,2 mesi con il daraxonrasib rispetto a 6,7 mesi con la chemioterapia, mentre la documentazione regolatoria europea indica 12,4 mesi contro 6,7 mesi. Per raccontare la notizia relativa al primo parere favorevole europeo, il testo mantiene il dato riportato dall’EMA, senza confondere i risultati delle diverse analisi.

Come tutti i trattamenti oncologici, anche il daraxonrasib può provocare effetti indesiderati. Tra quelli segnalati figurano diarrea, eruzioni cutanee, infiammazione della mucosa della bocca, nausea e vomito. Agire su un bersaglio molecolare specifico, quindi, non significa essere privi di rischi: sarà fondamentale valutare attentamente il rapporto tra benefici e possibili effetti collaterali e seguire i pazienti durante il trattamento. La raccomandazione europea riguarda una categoria precisa di persone, cioè adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già sottoposti ad almeno una precedente terapia sistemica. I risultati non possono essere estesi automaticamente a tutti i pazienti con tumore al pancreas e non dimostrano che il farmaco possa sostituire i trattamenti utilizzati nelle fasi iniziali della malattia. Saranno necessari ulteriori dati per capire meglio chi possa beneficiare maggiormente della terapia e quale sia il suo ruolo nel percorso di cura.

Il parere favorevole dell’EMA rappresenta un passo importante, ma non significa che il farmaco sia già disponibile negli ospedali italiani. La decisione definitiva sull’autorizzazione europea spetta alla Commissione europea; successivamente dovranno essere affrontate le questioni relative al prezzo e alla rimborsabilità nel nostro Paese. Per conoscere le possibilità terapeutiche effettivamente accessibili, i pazienti dovranno quindi rivolgersi al proprio oncologo o a un centro specializzato, che potrà valutare le opzioni più appropriate in base alla situazione clinica individuale.  Il daraxonrasib non è ancora una cura definitiva per il tumore al pancreas, ma i risultati ottenuti rappresentano un passo avanti in un campo nel quale le alternative, soprattutto dopo il fallimento delle prime terapie, sono spesso limitate. La possibilità di intervenire direttamente sui meccanismi molecolari che alimentano la crescita delle cellule tumorali sta aprendo nuove prospettive nella ricerca oncologica e potrebbe contribuire a migliorare il trattamento della malattia. Per i pazienti e le loro famiglie, il dato più importante è che una nuova terapia ha dimostrato un vantaggio rispetto alla chemioterapia nello studio clinico: un risultato da seguire con attenzione, mantenendo aspettative realistiche e ricordando che i progressi della ricerca devono ancora tradursi in possibilità di cura concretamente accessibili.