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Per fare ascolti La7 punta ancora su "M" e il fascismo

di Marco Patricellimercoledì 21 ottobre 2026
Per fare ascolti La7 punta ancora su "M" e il fascismo

3' di lettura

Passa il tempo, passano i ventenni, è passato Lui che aveva dichiarato guerra pure al lei, ma il fascismo non passa mai di moda. Sarà che se ne parla sempre, lo si vede dappertutto anche e soprattutto quando non c’è, lo si tira in ballo come un mantra che sta bene su tutto, ma poi ogni volta che lo si programma da qualche parte “tira” più di una Littorina su un binario ad alta velocità.

La7 fa uscire dall’armadio M–Il figlio del secolo di Sky, il canale di quelli che la tv la pagano per avere le primizie, e lo propone popolarescamente sul canale generalista, più in chiaro che in scuro, come uno spot pubblicitario tra un salotto e l’altro in cui si discetta in casa di fascismo. Sarà per abitudine, sarà per fidelizzazione, ma M ha mantenuto la linea media di visione di La7, senza spezzare le reni alla Grecia (intesa come Italia della tv) e senza tirare dritto come predicava uno che con gli slogan ci sapeva fare. Share del 4,9%, ma osanna per la fascia dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni. Proprio chi forse non scriverà ancora la storia, ma un po’ di cronaca, nera, l’ha già messa in archivio.

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Insomma, pare che gli antifà, antisistema e anti-un-po’-tutto non siano insensibili al richiamo di uno che le piazze le sapeva possedere dannunzianamente, e rese quella davanti a Palazzo Venezia un luogo iconico della dittatura e del consenso. Parola, questa, che fa venire l’orticaria ai progressisti che il fascismo lo mettono un po’ ovunque, prezzemolo global della politica nostrana, che nasconde le linee di pensiero insipide e stantie. Va bene pure sulla minestrina riscaldata del Figlio del secolo, versione farsesca e caricaturale del personaggio, secondo il Verbo a puntate di Antonio Scurati. Miti e mitizzazioni di quelli che difendono i ragazzi «che sbagliano, ma...» e si inventano scuse e giustificazioni arrampicandosi sugli scudi insaponati della sociologia spicciola e dei mai sopiti sogni della rivoluzione. Già si sono trovati in difficoltà a disbrigare la matassa della strana irruzione squadrista, o meglio squadernata, nella libreria del fu compagno Feltrinelli.

Solo che c’è stato un qui pro quo con la parola d’ordine “i libri non si toccano”: li hanno rovesciati e sparsi a terra, ma non ne hanno preso neppure uno. E che diamine, la violenza è roba da fascisti, e si sa che da zoticoni qual erano i libri mica li leggevano. Come incasellare allora il raid, che più che fascista sembrava desolatamente sfascista? Neanche un tentativo di esproprio proletario, uno isolato, magari proprio una copia di M tanto per darsi un tono. Invece no, piccola orda in nero ma con autodichiarata sintesi, trasformata in adesivi da appiccicare dove capita, di Maranza + antifascist*: con l’asterisco rigorosamente ideologico e disgustosamente contro la lingua italiana. Niente libri, come a scuola e a casa e nel tempo libero in piazza: meglio vedere Mussolini sugli schermi di La7. Che si frega le mani e un po’ pure ci sperava grazie alla cronaca, per un pubblico di telespettatori non necessariamente nostalgici, non necessariamente refrattari alle overdose della contemporaneità e neppure necessariamente devoti alle messe cantate dei talk show e alla continuità attraverso la fiction. Tranquilli tutti, e i ragazzi per primi, perché Lui non è tornato e neanche tornerà.

Ma sono tornati atteggiamenti e gesta che richiamano un passato che nessuno rimpiange, paradossalmente dalla parte opposta di allora dove oggi militano i cattivi maestri dalla penna rossa e i sacerdoti di partito con l’ossessione del fascismo. E a forza di giocare all’apprendista stregone, credendosi Goethe, sono finiti come Topolino di Disney.

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