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Michel Cleis, il dj fatalista tra Ibiza e la Puglia: "La mia Marvinello piace a tutti, ma soprattutto a mia figlia".

Leonardo Filomeno
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Alla domanda sulla paternità, la voce un po' s'abbassa. C'è un attimo di pausa. Michel Cleis ci pensa. "Sì, potrei definirmi un giovane e fresco papà". Poi ritratta: "Oddio, fresco sicuramente, così giovane non saprei: ho appena compiuto 48 anni, anche se continuo a dire a tutti che sono 47". Risata. E un filo di palpabile emozione. Ex psicologo, oggi dj producer con una carriera approdata rapidamente dalle parti del culto, continua a parlare alla gente attraverso la sua musica. Che diventa ogni notte più sinuosa, travolgente, emozionante. Un po' come le vite che racconta in quest'intervista. E come l'inaspettato successo di Marvinello, che a sua figlia Amalia Sole piace un sacco: "Ha 18 mesi, un giorno dovrò spiegarle come funziona il mio lavoro. Intanto, con lo studio di registrazione in casa, riesco a passare parecchio tempo con lei e con mia moglie Ana Sofia. Ho la possibilità di scegliere. Sono fortunato".


E anche un po' fatalista, diciamolo. 
"Le cose accadono perché devono accadere. Anche quelle belle. Certo, un po' devi lavorarci sopra, altrimenti quel fuoco si spegne. Nel mio caso, è sempre lì che arde. Sapere che ciò che faccio fa star bene così tanta gente mi dà ancora più forza".
Partiamo da Ibiza: è vero che pensi di mollare Losanna per andare a vivere sull'isola? 
"Ancora non lo so. Ma l'idea di vivere con la mia famiglia in un posto che mi ha dato tanto e che potrebbe rappresentare una grande fonte di ispirazione mi piace molto. Penso a Marvinello, che quest'estate è esplosa proprio lì. A La Mezcla, lanciata sull'isola dal mio amico Luciano. Alla lunga avventura con la sua agenzia di booking Cadenza. E poi vuoi mettere il lato magico di Ibiza? Per me resta impareggiabile".
Anche la Puglia continua a darti tanto. Il video di Marvinello è stato girato in un supermercato di Cellino San Marco. 
"Che lo stessero girando in Puglia, l'ho saputo dopo. La cosa mi ha fatto senz'altro riflettere. E' una delle regioni d'Italia che amo di più e con cui c'è un feeling davvero speciale. Quest'estate ho trascorso qualche giorno a Santa Maria al Bagno, nel Salento, Cellino non è poi così distante da lì. Il discografico Ilario Drago ha assistito alle riprese del video, e mi ha confermato l'unicità di quella terra, della gente, del cibo".
A proposito: Marvinello a che piatto la abbineresti? 
"(Ride, ndr) Sicuramente a qualcosa di gustoso, anche un po' paesano. Un piatto di pasta e fagioli sarebbe perfetto".
Ridi perché sai che sta per partire la domanda sul nome? 
"Lo so, è un po' curioso: sono quei titoli che dai a un file senza pensarci, magari per ricordarti che hai utilizzato una voce particolare".
Comunque quel beat è davvero potente, fa pensare a qualcosa di liberatorio. Di indomabile. 
"Una parte della traccia strumentale risale al 2010, fu Klement Bonelli a inviarmela via mail. A quel beat, che in effetti colpiva parecchio, ho aggiunto varie percussioni, l'attuale linea di basso e la campanella che senti nella pausa. La parte vocale di Got to give up di Marvin Gaye l'ho poi fatta ricantare da Martin Wilson, visto che per una questione di diritti d'autore l'originale non è utilizzabile. Il pezzo è venuto fuori tra un volo e l'altro. L'ho provato in pista e funzionava. L'ho lasciato così".
L'organo che esplode nella seconda parte è qualcosa di ben diverso dalla solita citazione degli anni '90. 
"Esatto. La gente è abituata al mio coté latino, ma alcune cose più scure, specie nei remix, non sono mancate. Questi suoni li utilizzavo già 6 o 7 anni fa. Credo che quel momento della house faccia parte delle mie referenze".
Che, andando a ritroso, si allungano al soul, al funk, alla disco, al jazz, con iniezioni massicce di Beatles e Battisti. Ti reputi un dj della vecchia o della nuova generazione? 
"Mia madre è sempre stata la ballerina, mio padre il musicista e l'ascoltatore. Prima della mia collezione di vinili, c'è soprattutto quella di papà, anche lui amante del jazz e trombonista in una band di New Orleans. Comunque credo ci sia un'ambivalenza. La speranza è quella di sintetizzare il mio background, racchiuderlo in qualcosa di nuovo, che guardi al futuro".
Mentre la house di oggi sembra che guardi più a un certo passato. 
"I cambiamenti sono sempre stati dettati dalla tecnologia, in ogni genere. Prendi il rock: è arrivato con il primo amplificatore per chitarre, prima la parolina magica era rock and roll. Oggi tutto si è democratizzato ed è meno settoriale. Sarebbe bello se qualcuno cominciasse a utilizzare macchine e suoni del passato in modo più creativo".
La tua musica, invece, in che direzione sta andando? Dopo Mir A Nero, si vocifera di un ritorno sull'etichetta di DJ Koze.  
"Troverete il mio nuovo singolo all'interno di una loro raccolta. Il titolo è Un Prince e segna una svolta melodica. Presentare un brano diverso su un'etichetta prestigiosa e inaccessibile come Pampa Records credo sia un bel risultato. È il primo pezzo di un album su cui sono al lavoro: ci saranno tracce da ballare, ma a trionfare sarà l'elemento pop, che mi affascina particolarmente. D'altronde mai come adesso la musica da club e il pop sono andati così a braccetto. Vedi Marvinello, che è nata per le discoteche e poi...".
Ha fatto il crossover, ossia dopo l'esplosione nei locali è arrivata alle radio, quindi a quel "successo commerciale" che certi tuoi colleghi vedono come il fumo negli occhi. Tu la pensi un po' diversamente... 
"Non credo che un pezzo in classifica annulli il marchio di qualità. Anzi, se arriva così in alto vuol dire che è ancora possibile creare un ponte tra i club e la cultura radiofonica, troppo spesso in mano alle major. Anche per questo, la radio di oggi non mi entusiasma più di tanto".
Hai detto: "Riguardo alla produzione, se non avessi avuto una collezione di dischi non avrei potuto cominciare a campionare dopo il mio infortunio a basket. E se non avessi conosciuto i miei amici musicisti non avrei avuto l’idea di comprare un sampler, insomma coincidenze a volte anche un po' provocate".  
"Coincidenze ma soprattutto ritardi. Dopo l'esplosione de La Mezcla, sono arrivate tante proposte. Quindi mi son chiesto: quanto tempo posso dedicare alla professione di psicologo e quanto all'hobby della musica che forse sta diventando un lavoro? Non ho avuto bisogno di pensarci molto. Mentre i ritardi mi accompagnano da sempre. Ho finito di studiare che avevo 25 anni. Mi pare che sia nato dopo i 10 mesi: mi han dovuto tirare fuori dalla pancia di mia madre. Pure il matrimonio è arrivato tardi. Sposarmi, tra l'altro, non è mai stata una priorità. Mia moglie l'ho incontrata a 44 anni: le cose con lei sono andate avanti rapidamente. Quando senti che c'è qualcosa di forte, devi approfittarne. Per questo penso che tutto nella vita sia possibile. E che magari l'ennesimo cambiamento è lì che mi attende".
E se quel cambiamento non si decide ad arrivare? 
"Se ci pensi, la vita è come un puzzle: in certi momenti i pezzi li hai davanti, in altri sembrano lontani. Di sicuro non puoi rovinartela facendo cose che non sei in grado di fare. Commettere degli errori può essere considerato qualcosa di positivo a dipendenza del contesto, una sorta di apprendistato. Ma il persistere nella frustrazione non è salutare. Non sono mai stato un tipo ostinato. Fare lo psicologo mi piaceva, andavo in studio di registrazione o mettevo i dischi su richiesta di amici per piacere personale: quello della musica era un piccolo giardino segreto".
Prima di aprire le porte di quel giardino, come era organizzata la tua vita? 
"Dedicavo il 50% del tempo al lavoro, l'altra metà a viaggi e passioni. Non mettevo da parte chissà quanti soldi, ma stavo bene. Quella scelta derivava da una riflessione precisa: perché non dovrei approfittare della mia vita adesso visto che non so se ci sarà un dopo? Ero arrivato a una conclusione del genere dopo la grave malattia di mio padre, che ora sta benissimo, ma che ha rischiato di veder svanire il diritto di dedicarsi a se stesso dopo anni di sacrifici. Una volta intrapresa quella strada, continuavo a chiedermi se fossi felice. La risposta era affermativa. Forse questa domanda dovremmo porcela tutti un po' più spesso".
E con chi sostiene che sia l'inconscio a decidere della tua felicità come la mettiamo? 
"(Sorride, ndr) Se almeno in parte non dipende da te, allora vuol dire che viviamo in un mondo statico e triste, dove pochi eletti avranno sempre accesso a tutto e agli altri resterà tra le mani ben poco. Ogni tanto mi piace pensare che le cose siano differenti. E che tutti possano ambire a quella chiave in grado di aprire la famosa porta dorata. Ad ogni modo, non do molta importanza al fatto che la felicità possa essere reale o illusoria. Mi preoccupo più che altro del futuro di mia figlia, di come amarla e accompagnarla affinché un giorno possa trovare da sola la sua strada per la felicità. È anche un bel modo per sdebitarmi con i miei genitori. Un grazie tardivo per tutto ciò che sono riusciti a trasmettermi".

 

 

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