Roma, 15 ott. (Adnkronos) - Le emozioni catturate in versi, i ricordi, il dolore, il desiderio di sciogliere la crisi in atto fondendo tutte le nostre individualità separate, superando le frontiere che vivono in ognuno di noi, la voce calda appannata di intimità. Gianmaria Testa, cantautore piemontese ‘scoperto’ dall’Italia grazie alla Francia, percorre in 23 canzoni la sua ventennale carriera in un nuovo doppio album live, ‘men AT WORK’ (Egea distribution), che racconta di una lunga tournée in Germania realizzata con musicisti eccellenti ed anche amici. “Men at work – racconta all’Adnkronos – perché nel disco ci sono canzoni che parlano di lavoro, ma anche perché è ora di finirla con l’immaginare che arrivi qualcuno per salvarci dalla crisi. Bisogna che tutti, uomini e donne, ci mettiamo al lavoro per uscire dalla crisi”. La Francia lo ha scoperto, ma Gianmaria Testa ha continuato a scegliere l’Italia come ‘dimora’ in cui vivere. Il Festival di Sanremo, però, non è fra le sue aspirazioni. “Io non sono adatto a Sanremo e Sanremo non è adatto a me. E’ sempre stato un festival nazional popolare. Io, senza nessun tipo di presunzione, ho sempre avuto con la canzone il rapporto che si ha con un mezzo alternativo di comunicazione serio. La canzone, infatti, è il mezzo che più arriva. Non c’è un giorno della nostra vita di occidentali che passi senza sentire una canzone, fosse anche quella che ci arriva nelle orecchie da un auto che passa con la radio accesa o in un bar. Dovrebbe, quindi, essere presa più sul serio ed invece ha vissuto la mediatizzazione e, più di ogni altra forma musicale, si è trasformata in prodotto e si è prostituita alle regole del mercato. “E questo è così vero che basta avere una bella voce per cantare, mentre io credo che la canzone sia fatta anche di un testo, di una melodia, di un’armonia e persino di un rapporto etico fra chi la canta e che cosa canta. E il Festival di Sanremo, senza nulla togliere alla kermesse, è una vetrina. Anche io desidero far sapere che la mia musica esiste, ma ci sono molti gradi per farlo e il martellamento di una pubblicità, non lascia tanto spazio alla libertà di scegliere. Io voglio far conoscere quello che faccio così. Tutti gli acceleratori, come per esempio, i talent show , sono acceleratori appunto e tendono a bruciare quella cosa bella che è la canzone perché lo strumento televisione è diventato così elefantiaco che è lui a condizionare, trasforma in mostri, mangia. Io almeno ho questa impressione”.




