Roma, 23 ott. - (Adnkronos) - Un racconto complice e confidenziale fatto di ricordi, desideri rimasti sospesi, sollecitazioni mai urlate, ma molto sofferte. E' quello che Gianmaria Testa tesse nelle sue canzoni e offre al suo pubblico, che non lo cerca certo in tv, ma aspetta i suoi live così intimi e nudi: solo poesie che camminano su splendide note. E una voce, calda, vera, che ti sembra di conoscere da sempre, perché è dentro il bagaglio di suoni con cui finora hai assaporato la vita. "La mia prima emozione musicale - racconta all'Adnkronos - è legata al canto. Avevo sei anni ed ero stato ammesso alla cantoria della Chiesa di cui facevano parte adulti e bambini. C'erano anche i miei genitori e quell'anno, a Pasqua, l'organista ci insegnò l'Ave Verum di Mozart. Un'opera in latino che io non capivo, ma di una bellezza che io non avevo mai sentito. Un'esperienza che per me fu una specie di imprinting. Allora ho capito che per me il canto era qualcosa di più del cantare. E poi mio padre in terza media mi ha regalato una chitarra. Dopo due mesi sapevo fare due accordi e ho scritto la prima canzone". Cantautore e chitarrista, della sua prima vita di capostazione delle ferrovie, conserva la semplicità e l'immanenza del viaggio che nel suo ultimo lavoro 'men At Work' è in un certo senso protagonista. Distribuito dall'Egea, è un doppio album live in cui Testa (che lo presenterà il 28 ottobre al Circolo dei lettori di Torino, il 9 novembre all'Auditorium Flaiano di Pescara, il 3 dicembre al Blue Note di Milano e il 13 dicembre all'Auditorium Parco della Musica di Roma) percorre in 23 canzoni la sua ventennale carriera raccontando la tournée in Germania realizzata con musicisti eccellenti ed anche suoi cari amici: Giancarlo Bianchetti, Nicola Negrini e Philippe Garcia. "Men at work - spiega - perché nel disco ci sono canzoni che parlano di lavoro, ma anche perché è ora di finirla con l'immaginare che arrivi qualcuno per salvarci dalla crisi. Bisogna che tutti, uomini e donne, ci mettiamo al lavoro insieme per uscirne". Una convinzione che risulta ancora più evidente quando Gianmaria si sofferma sulla necessità di superare la frontiera che ognuno di noi ha dentro. "Una frontiera credo che ce l'abbiamo tutti e si chiama individuo - dice - Il guaio è quando questa frontiera trasforma l'individuo in individualità che produce individualismo. La nostra piccola frontiera individuale è nata per essere aperta, condivisa con gli altri. Rimango, infatti, persuaso che se c'è una salvezza da tutto questo marasma in cui ci troviamo sarà una salvezza collettiva, fatta di frontiere aperte, non demagogicamente aperte, ma scommettendo sul fatto che è meglio lasciare una porta aperta che chiuderla". Molti dei brani di testa sono, infatti, una denuncia verso le porte che restano chiuse. E lo è anche 'Lele', scritto da Testa oltre 30 anni fa per ricordare il suicidio di una donna del sud, sposata per procura ad un contadino del Nord. "Lele l'ho registrata adesso, anche se l'ho scritta nel '76, perché mi sembra che adesso le donne e i bambini subiscano in modo più forte l'aggressione di un mondo che sta andando come sta andando. Ho letto in questi giorni che una mamma ha partorito su un barcone e sono annegati tutti e due. Che senso hanno in questi casi le affermazioni di Realpolitik? Questa è una cosa che non si può accettare e basta". Insomma, quanto davvero ci siamo evoluti nell'ultimo secolo? "Credo che il '900, fra le altre cose, abbia visto due rivoluzioni più o meno riuscite: una è il jazz che ha trasformato la musica del '900 e l'altra è il femminismo che, però, è ancora molto in divenire", tiene a precisare. E, più in generale, che abito indossa il futuro per Testa, che sembra più incline a rintracciare luce nel passato? "Io ho due figli di 26 anni e quindi il futuro ce l'ho davanti per forza, ma quando avevo la loro età, mi immaginavo per loro un futuro migliore del mio presente in cui, comunque, mi sentivo parte di un movimento riconoscibile. Ai ragazzi di adesso questo non succede più. Il futuro è visto come una minaccia per il lavoro che non c'è, l'inquinamento del Pianeta e non solo. Da padre, però, sono obbligato a mantenere un po' di ottimismo". Einstein, in fondo, diceva saggiamente che è meglio essere ottimisti ed avere torto piuttosto che pessimisti ed avere ragione.




