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Inter, l'unico miracolo lo fa Acerbi. Annullato il fenomeno Haaland 

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Leonardo Iannacci
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Qui, nella vecchia capitale di quello che fu l’Impero Romano d’Oriente quando Istanbul si chiamava ancora Costantinopoli, si è fatta la storia, quella vera. Qui partiva l’Orient Express con tutto il suo carico di illusioni e romanticismo. Qui il Milan ha perso la Champions League più pazza della storia, contro il Liverpool, rimontato dal 3-0 al 3-3 e poi beffato ai calci di rigore. Istanbul è un luogo dove il mistero incombe, è tutto e il contrario di tutto, è la porta d’Oriente davanti alla quale l’Inter e il suo piccolo grande eroe della porta accanto, e ci riferiamo a Francesco Acerbi, è arrivata per varcarla, sì, ma soltanto per andare in Paradiso.

 

 

Un’occasione che qualche mese fa pareva un’utopia e, invece, si è trasformata in un’eccitante realtà anche se di fronte c’era la squadra più forte del globo terraqueo: il City che ha già vinto Premier ed FA Cup, ha segnato 150 gol negli ultimi 10 mesi ed è volata in Turchia per entrare definitivamente nella leggenda. Inter-Manchester City è stato anche uno scontro fra culture calcistiche agli antipodi, il guardiolismo contro l’inzaghismo, il football che si fa bello contro quello che predica la praticità. Sul City gli scommettitori inglesi non hanno accettato scommesse perla sua “quasi certa vittoria” contro la brigata nerazzurra che avrebbe voluto rivivere antiche suggestioni.

PRIME OMBRE - Come quella di portare a Milano la quarta coppa con le grandi orecchie della storia., dopo la doppietta messa segno nel 1964 e 1965 e l’incredibile trionfo del 2012 che ha consegnato alla leggenda un triplete incredibile. Quando sono calate le prime ombre della sera, sul Bosforo è andata in scena la finale più bloccata degli ultima anni, almeno sino al gol di Rodri. Si è partiti con formazioni confermate: Inzaghi ha schierato Dzeko a fianco di Lautaro mentre nel City si è visto Akè al posto di Walker. E quando si è alzato il sipario, è andato in onda una recita vissuta sul piano dei nervi, con il City non così arrogante come si temeva e l’Inter che ha preso via via coraggio.

Hanno steccato un po’ i protagonisti più attesi nel primo tempo, bloccato e con poche occasioni: Lautaro era solo, Dzeko doveva fare il difensore, Dumfries ha sofferto l’affanno contro Grealish mentre Di Marco è stato sempre vispo. Di là, è uscito di scena quasi subito De Bryune per guai alla coscia e per gli inglesi non è stata una bella notizia. In mezzo a questa pletora di scintillanti campioni, ha giocato una partita intensa e priva di errori grossolani un ragazzo di 35 anni, proprio lui, Francesco Acerbi che ha avuto il compito più ingrato: quello di controllare come un poliziotto il gigante Haaland.

 

 

Lo ha fatto come uno stopper degli anni ’70, senza lasciargli troppo spazio, senza fare follie. Dimentico, per la sua serata sfortunata ma non per questo meno magica, di tutti gli angoli ciechi incontrati nel corso della sua carriera: il cancro ai testicoli che una decina di anni fa lo poteva costringere al ritiro e i mesi in cui era stato squalificato per una strana storia di doping. Nato a Vizzolo Predabissi, un paesino di 3000 anime della cintura milanese, Acerbi ha giocato la sua prima finale di Champions della vita. Lo ha fatto con umiltà, ben sapendo di non avere i piedi e neppure il talento delle tante stelle che erano accanto a lui sul prato dello stadio Ataturk. In un paio di occasioni ha fatto due chiusure decisive. E non importa se il City si è portato a casa la coppa grazie a una fucilata di Rodri sulla quale Acerbi nulla poteva fare. La sua personalissima Champions il nostro eroe della porta accanto l’aveva già vinta. Da campione vero, da uomo vero. 

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