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Sofia Goggia, "allenate la mente: lo psicologo mi ha salvata"

Leonardo Iannacci
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A Cortina la cercano tutti nell'hotel dove scendeva abitualmente prima delle gare di coppa del mondo, non lontano dalla leggendaria pista delle Tofane. Ma Sofia Goggia non c'è. Dorme, mangia e si riposa altrove e i fans restano delusi. Noi no. La campionessa ci aspetta tranquilla nella sua nuova tana e la prima cosa che ci chiede è: «Visto Sinner a Melbourne? Mi piace un sacco per come gioca a tennis ma sono rimasta sbalordita quando scia: ha uno stile pazzesco e avrebbe fatto benissimo anche nel nostro sport. Ne sono certa».

Tra fenomeni vi intendete, vero?
«La perfezione nei movimenti è fondamentale in ogni sport. Basta un centimetro, nello sci o nel tennis, e ti giochi un risultato importante. Una finale olimpica o un match-point».

A Cortina, da domani, vuole scatenarsi?
«Sarà l’aria, saranno i riflessi arancioni delle Tofane all’alba, ma la pista Olympia mi emoziona. È poesia».

Ha persino saltato un weekend di gare per puntare su queste due discese libere e sul SuperG di domenica. Una scelta calcolata?
«Sì. Avevo bisogno di staccare un attimo, prepararmi al meglio per Cortina. Volevo testare alcuni sci e concentrarmi per raccogliere punti anche in SuperG piuttosto che in gigante».

L’obiettivo di quest’anno?
«Centrare per la quinta volta la coppa di discesa ma anche vincere più gare possibili in SuperG dove sto andando un po’ a sprazzi».

La Coppa del Mondo generale?
«Andrà alla Shiffrin, ha vinto olimpiadi, mondiali e 95 gare in coppa del mondo: definirla un fenomeno è riduttivo».

Cosa ha di diverso rispetto a Sofia Goggia?
«Mikaela è una macchina, un robocop e ha una gestione incredibile delle gare. Unisce talento alla mentalità da cannibale. Io sono più italiana, più guascona».

Sofia, lei non parla mai della sua vita privata e rifugge i gossip. Un modo per difendersi?
«Guardi, siamo talmente esposte come atlete che finire sui social o sui giornali per le nostre emozioni private non lo accetto proprio. Le mie relazioni non devono essere di tutti, rappresentano uno spicchio della mia vita. La gogna mediatica non mi interessa».
 

Olimpiadi 2026, tra due anni: come ci arriverà Sofia Goggia?
«Con lo spirito di sempre, c’è chi va alle Olimpiadi in vacanza e chi per vincere. Io ci andrò in missione».

Lei avrà 34 anni a Milano/Cortina 2026: troppi?
«No, fra due anni avrò l’età che ha adesso, guarda un po’, la Brignone».

Ecco, siamo arrivati al punto: come vanno le cose con Federica?
«La rivalità serve, l’importante è mantenerla su binari corretti e sani.
È utile a entrambe per alzare l’asticella dei rispettivi limiti».

Ma la vostra è una rivalità sana?
«Mi auguro di sì. Sia io che Federica siamo sulla stessa linea quando diciamo che fa bene al nostro sport e che è stata parecchio ingigantita da voi giornalisti».


Ma noi scriviamo quello che vediamo e captiamo.
«Certo, fate il vostro lavoro ma in Italia, si sa, stuzzicano tre cose: i personaggi tipo Sinner che trascinano un intero movimento, i fuoriclasse leader come erano Tomba o Valentino Rossi e, infine, il dualismo tra due campionesse dello stesso sport che crea curiosità e divide le folle».

Leggendaria resta anche la sua rivalità con Lindsey Vonn: ai Giochi di Pyeongchang riuscì finalmente a batterla. Cosa rappresentò quell’oro in discesa libera?
«Lindsey era il mio idolo e quella gara è stata una roba veramente folle. L’oro ebbe un valore enorme ma ancor più l’aver battuto quella campionessa che era, da tempo, il mio punto di riferimento. È un po’ come nelle tragedie greche, la Vonn era insieme la migliore e l’avversaria da abbattere».

Da bambina ha avuto dei miti?
«Deborah Compagnoni, l’ammiravo per quello che vinceva e per come lo faceva. Ha avuto molti infortuni e mi sono rivista in lei, soprattutto prima delle Olimpiadi di Pechino».

Dove ha vinto un argento pazzesco, quasi su una gamba sola. È stato il suo top di carriera?
«Per ora sì, più dell’oro di Pyeongchang. Il colore della medaglia era diverso ma il percorso che ho dovuto affrontarla per conquistarla, quello che ho passato e sofferto per il ginocchio, sono sensazioni che mi rimarranno dentro sempre».

Le pesa la vita da atleta quando vede sue amiche che fanno esistenze più normali?
«Credo che la mia sia parecchio solitaria. Poi ognuno vive in base alla propria struttura emotiva, però quando devi darci dentro sette-otto ore ogni giorno in estate, ti fai delle domande. La felicità è quando arrivi sul traguardo e il tabellone ti dice che hai vinto. Lì c’è l’estasi».

Lei ha confessato di farsi aiutare da uno psichiatra: lo ha detto senza pudori. Ha lanciato un messaggio?
«A Pechino, prima di quella gara incredibile con la quale ho vinto l’argento, avevo visto il buio e non so come avrei fatto a superare quelle falle emotive senza supporti».

In Italia c’è paura di ammettere certe debolezze?
«Sì. Viviamo anni durante i quali bisogna essere sempre forti e perfetti, e per questo a volte indossiamo una corazza non ammettendo le nostre debolezze. È assurdo, bisogna sfatare queste barriere. Le zone d’ombra possono essere superate con l’ausilio di un bravo medico che fornisca soluzioni per stare meglio».

Enzo Ferrari parlò, in un’occasione, del «coraggio di avere paura»...
«È così. Sfatiamo certe false sicurezze senza vergognarsi. Se uno ha male a un dente non va da un dentista per curarselo?».

Siamo all’ultima porta, Sofia: alle Olimpiadi 2026 accetterebbe di sfilare con Federica portando i due la bandiera italiana?
«Eh, ma il regolamento non dice che un solo atleta deve fare da portabandiera?».

Inguaribile Sofia.

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