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Adriano, gloria e dolori: in un libro tutta la verità sull'Imperatore

di Tommaso Lorenzinigiovedì 26 febbraio 2026
Adriano, gloria e dolori: in un libro tutta la verità sull'Imperatore

3' di lettura

Da solo, a piedi scalzi, una camminata che riconcilia con la vita per le strade di Vila Cruzeiro, rumori e odori di favela abbracciati e accettati. L’Imperatore ha deposto le armi e va bene così. Non è una sconfitta, ma la sua vittoria dopo anni in cui il campo non era di erba ma di battaglia, quella dentro la sua testa: «Sono l’unico calciatore della storia che ha preferito essere felice piuttosto che essere il migliore. E non me ne pento».

È un consapevole, amaro ma finalmente sereno autoritratto che Adriano Leite Ribeiro consegna alle pagine della sua autobiografia La mia paura più grande. Gloria e dolori di un campione appena tradotta in italiano da Mondadori (pp. 536, euro 22). Un libro costellato di retroscena che oscillano tra il comico e il surreale, offrendo uno spaccato della vita fuori controllo di uno dei più grandi talenti sprecati del calcio, una superstar che pensava di aver tutto ma, dopo la morte dell’amato padre Almir, si è scoperto senza senso.

Le notti milanesi diventano un rifugio: il mega stipendio, le belle donne ovunque, i gioielli d’oro, Adri si trasforma in bancomat ambulante per ruffiani e finti amici, compra supercar senza saperle guidare, fa incetta di oggetti elettronici all’ultima moda e li semina per casa senza riuscire neanche ad accenderli. Il “Cockatil dell’Imperatore” è il suo solo compagno fedele: vodka e whisky per spegnere il rumore dei pensieri, niente sonno per non sognare («I sogni mi ricordavano chi ero stato e chi stavo diventando, e io non potevo sopportare il confronto»), depressione non curata, zero supporto psicologico.

Spesso arriva agli allenamenti ad Appiano Gentile ancora ancora sotto l’effetto dell’alcol e i fisioterapisti lo nascondono in infermeria a dormire, mentre ai giornalisti spiegano che sta facendo terapie personalizzate. Il presidente Massimo Moratti lo tratta come un figlio piuttosto che come un asset societario, «sapeva tutto. Mi guardava con una tenerezza che mi uccideva, perché sentivo di non meritarmela».

A distruggerlo anche il confronto con l’integrità dei senatori dell’Inter, che in ogni modo gli tendono una mano. Se Zanetti è il padre comprensivo, Ivan Cordoba è l’esempio e Marco Materazzi il fratello maggiore che cerca di scuotere Adriano a suon di urla, secchiate di acqua gelata e verità brutali: «Svegliati, cazzo! Sei il più forte di tutti, perché ti stai buttando via?». Adriano confessa il senso di colpa per aver quella fiducia, non riuscendo a onorare l’amore che il presidente e i tifosi gli riversano addosso. Lo sconosciuto 19enne brasiliano entra nei cuori nerazzurri il 14 agosto 2001, quando ammutolisce il Bernabeu di Madrid con una punizione a 178 km/h, e ne esce nell’aprile 2009 dopo un errore banale che gli costa la contestazione, al termine di un calvario interiore che pochi hanno saputo interpretare: «San Siro era il mio giardino. Quando ho sentito quel suono metallico dei fischi, ho capito che l’Imperatore era morto. Non ero più il loro eroe, ero diventato un peso. Quella sera, tornando a casa, non ho acceso la luce. Mi sono seduto al buio con una bottiglia e ho capito che non sarei mai più tornato quel giocatore».

La scelta è sparire, accarezzando anche i pensieri più terribili, ma a vincere è il richiamo della favela. Durante una convocazione in Nazionale, Adriano decide di non tornare più in Italia. Mentre il mondo lo cerca, convinto che sia stato rapito o sia morto in una sparatoria, lui è «semplicemente a casa, seduto su un muretto a bere birra con gli amici d’infanzia», cercando di ritrovare se stesso lontano dai riflettori. La sua «paura più grande», quella di non essere all’altezza del suo mito, è svanita nel momento in cui ha smesso di provare a esserlo.