Intense curve emotive portano Adriano Panatta a ripensare a quella primavera del 1976 quando, dopo aver sbancato gli Internazionali di Roma, trionfò al Roland Garros.
Mezzo secolo dopo Adriano si aggiusta il ciuffo e sbuffa, nascondendo con la sua ironia romana le emozioni che, in realtà, ribollono. Sarà di nuovo on fire, oggi, a Parigi dove si giocherà la finale fra Sascha Zverev e Flavio Cobolli (ore 15, diretta su Dazn e, in chiaro, su Nove).
Panatta, oggi lei premierà il vincitore dello Slam parigino.
Sensazioni?
«Non vivo di ricordi, sono però molto contento di essere a Bois de Boulogne perché Amélie Mauresmo, la direttrice del torneo, mi ha chiamato».
Un invito che non poteva rifiutare, 50 anni dopo quelle giornate memorabili.
«A Roma ho premiato e sussurrato alle orecchie di Sinner: vorrei consegnarti la coppa anche a Parigi. Non è successo ma gli italiani sono andati benissimo lo stesso».
Cobolli sfida Zverev: il pronostico di Panatta?
«Per esperienza e posizione nel ranking dico che il tedesco è favorito, diciamo 60% di possibilità per Zverev e 40% per Cobolli».
Una parola per Arnaldi.
«Povero, la sfortuna ci vede benissimo: qui a Parigi è successo quel che è successo prima a Sinner, poi a Berrettini che era tornato a giocare il suo bel tennis e infine ad Arnaldi, che comunque potrà raccontare ai nipotini di essere arrivato con merito alle semifinali».
Torniamo alla finale? Zibì Boniek, che è quasi di famiglia in casa Cobolli, mi disse qualche tempo fa: Flavio può arrivare molto in alto.
«E le aggiungo: tre anni fa venne nel mio circolo, a Treviso, per allenarsi. Gli dissi: se riesci a limare alcune distrazioni in campo e cresci tennisticamente, arrivi al top».
Se lei dovesse giocare contro Zverev quale tattica utilizzerebbe? La stessa che usava contro Borg e lo batteva spesso?
«Sta scherzando? Non ho alcuna voglia di pensare a un Panatta giovane che affronta questo Zverev.
Oggi è tutto diverso: materiali, preparazione, staff, modo di approcciarsi al tennis».
Quindi?
«E quindi proverei a buttarla sulla rissa tennistica, cambiando sempre modo di giocare, provando a non farlo ragionare. Il rovescio di Zverev fa paura ma è il suo servizio che farà la differenza».
Ovvero?
«Se il tedesco servirà al meglio con continuità, Flavio farà fatica».
L’asso nella manica di Cobolli? «È un combattente, un guerriero e se riuscisse ad allungare gli scambi e a portare i set sul 4-4 oppure sul 5-5, sarebbe avantaggiato».
Un suo pregio?
«Le gambe, ha polpacci da calciatore. Fisicamente è forte».
Una dote del tedesco, invece?
«Diciamo che è tennisticamente più strutturato».
Un difetto di Zverev?
«La sua incapacità di vincere una finale Slam. Per un motivo o per l’altro non ci è ancora riuscito e quando incontra Sinner oppure Alcaraz, perde. In questo Roland Garros ha incontrato giocatori di un livello inferiore e li ha battuti».
In semifinale non ha fatto molta fatica contro Mensik.
«Ma il ceco non era in giornata».
Le va un salto nel tempo?
«Se proprio insiste».
Nel 1976 fu un trionfo inatteso, il suo?
«Proprio inatteso no, ho un bel rapporto con questo torneo, ho sempre giocato bene, ma 50 anni fa era tutto diverso. Il Roland Garros si giocava sempre qui ma in un centrale diverso da quello attuale che è modernissimo, ha il tetto».
Cosa ricorda?
«Si arrivava subito dopo Roma, che avevo appena vinto, e nei quarti riuscii a battere Borg. Il mio tennis lo infastidiva e lo eliminai. Poi, in finale, ho battuto Solomon».
Finale che lei rischiò di non giocare.
«Paolo Bertolucci, eliminato dal torneo, ripartì da Parigi e per errore portò con sé le mie scarpe da gioco, le Superga. Me ne accorsi la domenica mattina, non le trovai nel mio armadietto e me ne feci portare un paio nuovo da Roma, con un volo Alitalia che atterrò a Parigi un’ora prima della finale».
Vero che rischiò anche di perdere un dito della mano?
«Tutta la mano! Scendendo dall’auto che mi portò al centrale, l’autista chiuse lo sportello sulla mia mano destra. Per miracolo non mi feci nulla, neppure un graffio: due ore dopo come avrei potuto giocare e vincere la finale?».
Oggi pomeriggio il sogno sarebbe il trionfo di un altro romano, mezzo secolo dopo un romano, premiato da quel romano che vinse allora.
«Mi sta facendo venire mal di testa. Sì, ho capito, se Flavio non soffrirà troppo la pressione, potrebbe anche accadere quello che mi ha detto. Io sarei il più felice di tutti».




