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Il Milan dimentica Berlusconi, come si difendono i Cardinale-boys: il punto più basso mai toccato?

di Antonio Primodomenica 14 giugno 2026
Il Milan dimentica Berlusconi, come si difendono i Cardinale-boys: il punto più basso mai toccato?

3' di lettura

A tre anni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi, il mancato ricordo ufficiale da parte del Milan ha aperto una discussione che travalica i confini dello sport. Il silenzio del club rossonero di venerdì, giorno dell’anniversario della morte del suo presidente più vincente, non è stato interpretato da molti soltanto come una questione di comunicazione societaria, ma come un gesto dal forte valore simbolico e, inevitabilmente, politico.

Per oltre trent’anni Berlusconi è stato contemporaneamente imprenditore, leader politico e protagonista assoluto della storia del calcio italiano. La sua stagione alla guida del Milan ha accompagnato e, in molti momenti, anticipato il percorso che lo avrebbe poi portato a Palazzo Chigi. Per questo motivo ogni riflessione sulla sua eredità sportiva finisce spesso per intrecciarsi con quella politica.
Sommersa dalle critiche, gura che ha contribuito a costruire l’identità moderna del club. In questo senso, il dibattito riguarda il rapporto tra il Milan di oggi e la propria storia.

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Ma la vicenda assume una valenza più ampia. In Italia il tema della memoria pubblica è spesso oggetto di confronto politico. Monumenti, intitolazioni, celebrazioni e anniversari diventano strumenti attraverso i quali istituzioni e organizzazioni definiscono il proprio rapporto con il passato. La scelta di ricordare o non ricordare una personalità pubblica non è mai del tutto neutrale, soprattutto quando si parla di figure che hanno segnato profondamente la vita nazionale.

Silvio Berlusconi continua a rappresentare uno dei personaggi più divisivi della storia repubblicana recente. Per i suoi sostenitori è stato il protagonista di una stagione di modernizzazione economica, mediatica e sportiva; per i suoi avversari resta una figura controversa, al centro di aspre battaglie politiche e culturali. A distanza di anni dalla sua scomparsa, il confronto sulla sua eredità appare tutt’altro che concluso.

In questo contesto, il caso Milan diventa il riflesso di una questione più generale: come si costruisce la memoria di un leader, ma probabilmente di un cognome, che ha lasciato un segno così profondo nella società italiana? Il club rossonero sostiene di seguire criteri prestabiliti e non contingenti. Tuttavia, l’assenza di un semplice messaggio nel giorno dell’anniversario ha inevitabilmente alimentato interpretazioni politiche e culturali.

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La vicenda ripropone il tema della eredità di Berlusconi proprio nei giorni in cui se ne parla di più anche in politica, a riprova del fatto che continui a occupare uno spazio centrale nel dibattito pubblico italiano. E anche quando il contesto è quello di una società calcistica, il confine tra memoria sportiva, identità collettiva e storia politica resta estremamente sottile. È logico che ogni scelta, perfino un silenzio, finisca per assumere un significato che va oltre le intenzioni di chi lo compie.

Il paradosso è che in molti ritengono sia il caso di augurarsi che si sia davvero trattato di una dimenticanza, dettata magari dal caos generalizzato in cui versa la struttura societaria. Da quando il patron Gerry Cardinale ha azzerato i vertici societari e tecnici licenziando l’amministratore delegato Giorgio Furlani, il direttore sportivo Igli Tare, il direttore tecnico Geoffrey Moncada e l’allenatore Massimiliano Allegri in seguito al fallimento sportivo di una stagione senza competizioni europee pensata persino per contendersi lo scudetto, i rossoneri sono ancora senza sostituti. Tra le figure di rilievo dell’area tecnica è stato confermato solo Zlatan Ibrahimovic. E per di più una settimana fa la Federcalcio ha mandato una nota ai rossoneri utilizzata come remind in vista della scadenza delle data per l’invio dei 15 documenti.