La ragione per cui il calcio rimane lo sport più bello del mondo è che non è mai solo calcio. È animato dalla specifica, quasi clinica perversione con cui il genere umano insiste a proiettare la macro-storia su una superficie rettangolare di erba rasata di centocinque metri per sessantotto.
Stasera alle 21 (diretta Rai 1 e Dazn) l’inarrestabile Francia proverà a richiamare le gesta di Napoleone, che invase la Spagna nel 1808, sfruttando un accordo pregresso per attaccare il Portogallo ma costringendo poi la famiglia reale ad abdicare per mettere sul trono suo fratello Giuseppe. La Francia ottenne così il permesso di far marciare le truppe in Spagna per invadere il Portogallo, ma queste, guidate da Gioacchino Murat entrarono a Madrid e Napoleone costrinse Carlo IV e il figlio Ferdinando VII a rinunciare alla corona a Bayonne. Il popolo di Madrid come proverà a fare stasera contro lo strapotere francese si ribellò il 2 maggio 1808 e iniziò una sanguinosa guerra d’indipendenza spagnola caratterizzata dalla guerriglia che logorerò l’esercito francese.
ESPERIMENTO
Domani, sempre alle 21, quando l’arbitro fischierà l’inizio della seconda semifinale mondiale, assisteremo invece all’ennesima iterazione di questo cortocircuito psicologico collettivo. Argentina contro Inghilterra. In Coppa del Mondo. Un esperimento di fisica dei sentimenti, una faglia geopolitica che indossa i tacchetti e si traveste da intrattenimento tv. La tesi di fondo, quella che ogni tifoso a Buenos Aires mastica insieme al mate, è che l’Inghilterra abbia sì inventato il football, esportandolo nel Rio de la Plata come l’ennesimo sottoprodotto dell’egemonia commerciale vittoriana, ma che l’Argentina lo abbia ontologicamente reinventato. Lo ha privato della sua rigidità geometrica per trasformarlo in un rito identitario, una truffa geniale all’ordine costituito.
Il primo trauma di questo scontro di civiltà risale al 1966, in un match che superò la soglia della decenza agonistica: l’espulsione del capitano argentino Antonio Rattin divenne un capolavoro dell’assurdo. Rattin parlava solo spagnolo, l’arbitro Kreitlein solo tedesco, e i cartellini colorati non erano ancora stati concepiti dalla burocrazia sportiva. Il risultato furono undici minuti di totale paralisi ermeneutica, con Rattin che si rifiutava di abbandonare il campo e che, per pura e magnifica sfrontatezza, decise infine di calpestare il tappeto rosso riservato alla Regina.
Ma il vero punto di non ritorno, la fessura attraverso cui il sangue della realtà è colato sul campo, è il 1982. Da un lato il generale Galtieri che, dal balcone della Casa Rosada, gioca la carta disperata del nazionalismo proclamando che «Las Malvinas son argentinas»; dall’altro Margaret Thatcher che risponde con l’implacabile aritmetica bellica della Royal Navy, affondando l’incrociatore General B elgr ano .S ett ant aquattr o giorni di guerra lampo che hanno generato un trauma impossibile da smaltire, trasferito in blocco negli spogliatoi di Messico ’86.
ANIMA
In quel quarto di finale, Diego Armando Maradona ha condensato in quattro minuti la doppia anima di un popolo: prima la Mano de Dios, una sublime violazione delle regole vissuta come una vendetta di strada contro l’Impero, e subito dopo il gol del secolo, l’astrazione estetica di un uomo che salta mezza Inghilterra come se stesse danzando nel vuoto. Proprio in quell’estate, mentre i corpi dei soldati erano ancora caldi, la rivista satirica catalana El Papus svelò l’ipocrisia del circo calcistico con una copertina feroce: un disegno di Maradona in lacrime, sì, ma con una bottiglia di Coca-Cola in mano.
Il titolo, No todos mueren por las Malvinas, evidenziava la mostruosa asimmetria tra i coetanei del Pibe spediti a morire in trincea e la stella del calcio che accumulava milioni di pesetas grazie agli sponsor occidentali. Domani la storia si ripresenta con un dettaglio quasi feticistico: l’Argentina ha ottenuto il permesso di giocare con la maglia blu, una replica cromatica di quella usata nell’86. Un’invocazione sciamanica, mostrata ad accompagnare quel coro, quello della scaloneta, pieno di revanscismo che sta facendo infuriare i perbenisti. Ma il calcio, vero, è questo qui.




