Nel dossier ora in mano alla Figc per gli Europei 2032 ci sono più stadi che ancora non esistono rispetto a quelli che oggi la Uefa potrebbe approvare: cinque a uno. I cinque immaginari sono il nuovo stadio di Milano, quello della Roma a Pietralata, il Flaminio (essendo inutilizzato, consideriamolo inesistente) paventato da Lotito, l’impianto privato del Napoli che De Laurentiis avrebbe illustrato alla Uefa di nascosto, il nuovo Sant’Elia a Cagliari.
Altri 9 sono progetti di ristrutturazione più o meno profonda, alcuni iniziati al rallentatore (il Franchi di Firenze: quasi due anni per una curva), altri ancora privi di un progetto esecutivo. Stadi oggi brutti e vecchi ma che nel 2032 splenderanno come non mai, almeno questa è la speranza e il motivo per cui hanno fatto di tutto per essere nel dossier: il nuovo Dall’Ara a Bologna, il nuovo Barbera di Palermo la cui candidatura è stata salvata in corner dopo momenti di tensione tra l’amministrazione e il City Football Group, il Franchi di Firenze attualmente cantiere, il Maradona di Napoli di cui si parla e parla e parla, il San Nicola di Bari, Marassi di Genova, l’Arechi di Salerno, il Bentegodi di Verona, il Via del Mare di Lecce che sta issando la nuova copertura in questi giorni nell’ambito della ristrutturazione per i Giochi del Mediterraneo.
DISCORSO A PARTE
Poi c’è l’Olimpico, discorso a parte perché non sia mai che manchi lo stadio della Capitale. Pare che 130 milioni di fondi pubblici per dargli una rinfrescata, in questo caso, saltino fuori senza troppi problemi. A tre anni dall’assegnazione di metà Europeo, non è cambiato nulla: tanto ci sono ancora 5 anni e 10 mesi di tempo, dicono. Tre anni fa dicevano che mancavano 9 anni... Il ministro Abodi festeggia: «Il calcio italiano cambierà volto!». Di già? Di sicuro? Calma. Se il ritmo è quello di ingresso del Commissario di Governo Sessa, incaricato solo lo scorso maggio, ci sarà da divertirsi. O forse no.
Molti si domandano come mai nel dossier non ci sia il nuovo Iacovone di Taranto che tra qualche giorno aprirà i Giochi del Mediterraneo come miglior stadio d’Italia: non perché ci giocherà una squadra di Eccellenza, ma perché troppo piccolo. Assenti infatti anche gli altri tre impianti di proprietà che in questi anni hanno fatto scuola: Bergamo, Udine e Reggio Emilia. Ma la dimensione non è l’unica cosa che conta: se hai già uno stadio nuovo e funzionante, non hai bisogno di spintarelle e aiutini per tirarlo su.
L’ECCEZIONE
Quell’uno di cui sopra è lo Juventus Stadium, l’unico che oggi la Uefa potrebbe approvare. Iniziasse oggi l’Europeo, non avremmo stadi a sufficienza per reggere mezza candidatura, ricordando che l’altra metà è in mano alla Turchia che sta ristrutturando ed edificando impianti a spron battuto e ha già fatto sapere alla Uefa di essere pronta a farsi carico di tutto il torneo, dovesse l’Italia confermarsi campione del mondo in render e non in stadi. Molte delle 13 città (Bari, Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Lecce, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Salerno, Torino e Verona) e dei 16 stadi sono nel dossier per attirare investitori, apparire belli e convinti.
Farsi pubblicità, insomma, almeno fino al primo ottobre, quando il presidente federale Malagò dovrà comunicarne cinque alla Uefa. I cinque definitivi più le riserve. Detto di Torino, scontati Milano e Roma. Se lo stadio giallorosso a Pietralata sarà pronto per il 2031, la Capitale farà bis. In quel caso per l’ultimo posto saranno in gara Napoli, Firenze e Palermo. Tra parole, cantieri e render, la Uefa avrà l’imbarazzo della scelta. L’Italia, invece, soltanto l’imbarazzo.




