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Nazionale, la bomba di Roberto Mancini: "Vinceremo entro 4 anni"

di Claudio Savellimartedì 22 settembre 2026
Nazionale, la bomba di Roberto Mancini: "Vinceremo entro 4 anni"

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Roberto Mancini, nuovo e vecchio commissario tecnico, porta l’Italia oltre il pentimento per le sue malefatte. «Sono qui per vincere nuovamente con la Nazionale. Conquisteremo qualcosa nei prossimi quattro anni». Uno slancio di entusiasmo e di ambizione. Lo stesse virtù che Mancini aveva portato nel 2018, dopo la prima catastrofe mondiale, e che aveva dimenticato dopo Wembley, quando era scivolato in un imbuto di insoddisfazione e lamenti. Il pentimento è avvenuto alla conferenza di presentazione di fine luglio, ora siamo già nella fase della redenzione, ovvero il processo o l’atto di liberazione o riscatto da una condizione di sofferenza, colpa o peccato. Il ct gioca a spostare in su l’asticella e in là la visione. A livello strategico è cosa buona e giusta. L’Italia ha bisogno di vivere il presente in funzione del futuro, di avere in mente il quadro generale in cui opera, di lavorare dentro una prospettiva di crescita a lungo termine. La missione è giocare oggi la Nations League per essere forte un domani, quando bisognerà qualificarsi agli Europei 2028 e ai Mondiali 2030. Altrimenti si torna al modus operandi del passato, a quel vivere alla giornata che fa a pugni con la progettualità.

Uno dei lati positivi di Mancini è che ha già fatto il commissario tecnico dopo una situazione di fallimento e depressione, sa quali sono le basi per ripartire, ben più di quelle per evolversi, dato che fallì proprio in quella parte del suo primo mandato: «Ai ragazzi darà concetti semplici: per vincere devi giocare bene e divertirti. Se non ti diverti nello sport non raggiungi risultati». Semplicità come mezzo di comunicazione, divertimento come fine delle giornate a Coverciano che dureranno fino a giovedì sera, quando è previsto lo spostamento in Belgio per la prima partita della nuova Nations League in programma venerdì.

«Le convocazioni? Se avessi chiamato solo giocatori avanti con l’età, avreste detto: “I soliti giocatori...”. Penso sia giusto avere dei giovani che possiamo conoscere per costruire in futuro una squadra forte. Bisogna capire chi può stare con noi per questo ciclo». Mancini spiega la logica dietro le convocazioni che diversi addetti ai lavori hanno criticato perché così la Nazionale non è più un punto di arrivo. E meno male, non deve esserlo, non può esserlo. Deve trasformarsi - e qui lo scriviamo da anni - in una piattaforma che dia ai talenti la possibilità di confrontarsi con il calcio internazionale, di accumulare velocemente l’esperienza che i club offrono soltanto postuma rispetto all’affermazione. Nessuna polemica sui rientri a casa dovuti agli acciacchi tipici di ogni sosta per le Nazionali. Anche questo è un passo in avanti. Al posto di Cristante e Dimarco, malconci già prima di affrontarsi in Roma-Inter, sono stati chiamati Ricci (Como) e Ruggeri (Aston Villa). Potevano anche non essere sostituiti, visto che la rosa da 34 giocatori era già larghissima in partenza. Ma anche qui c’è un motivo: «Ne ho convocati tanti perché sono curioso di vederli sul campo. Dobbiamo essere veloci nel capire i giocatori che possono darci una mano, specialmente i giovani»

Vale anche per gli oriundi “sul mercato”, una risorsa che Mancini stava per rendere strutturale, prima di andarsene: «Dobbiamo individuare i calciatori con il doppio passaporto con le qualità per imporsi nel breve», come fu per Retegui, non convocato, e come sono tutti convinti accadrà ora con Romano, gioiello del settore giovanile della Roma e della Svizzera passato al Cagliari e all’Italia. Sul piano politico, il ct dice di aver ricevuto rassicurazioni da parte del presidente Malagò, sotto attacco del Coni per il cavillo del tesseramento («Ci ha tranquillizzati, dobbiamo pensare al nostro lavoro e al Belgio»), e dalla capo delegazione Bianchedi, in prima fila durante la conferenza («Ci sarà d’aiuto, ha fatto la storia di uno sport importantissimo»). Non è la situazione ideale per ripartire, ma s’è visto e vissuto di peggio. È ora che il gioco politico passi in secondo piano e non diventi un alibi per i fallimenti di campo. È ora che la Nazionale inizi a ricostruirsi a prescindere da tutto ciò che le accade attorno.