Le immagini e le parole di Papa Leone a Lampedusa sono potenti ed evocative. Bisogna far tutto quanto è nelle possibilità umane per evitare le continue stragi di innocenti nel mar Mediterraneo. E anche il fatto che il messaggio arrivi il giorno della festa dell’indipendenza americana ha il suo significato forte (e contiene un’implicita sfida a Trump): gli Stati Uniti, lo sappiamo, sono stati costruiti da immigrati.
Il Papa fa il suo sacro, indispensabile, mestiere, e nessuno ha da eccepire alcunché. E però: l’America del Nord era un continente che attendeva di essere occupato, anche se i nativi americani, in proposito, ebbero, hanno avuto (e hanno tuttora) molto da ridire. L’Europa, invece, è un continente con millenni di storia, tradizioni e culture, in cui il ricco mosaico di identità nazionali ha caratteristiche uniche. Sicché, inchinandosi al messaggio del Papa, bisogna pur dire che «accogliere gli stranieri con compassione e generosità» è uno splendido comando evangelico, ma contiene elementi difficilmente traducibili in un coerente programma di gestione del fenomeno dell’immigrazione illegale (sottolineo: illegale). Sembrano davvero stonati, da questo punto di vista, i tentativi, che già si profilano all’orizzonte, di “buttare in politica” il messaggio cristallino di Papa Leone.
SEGNO CONTRARIO
Dalle opinioni pubbliche europee giungono messaggi di segno esattamente contrario. Sono solo ingiustificate forme di razzismo e xenofobia? Anche se talvolta assistiamo a manifestazioni brutali e violente, come di recente in Inghilterra e Irlanda, resta il fatto che chiunque abbia un minimo di buon senso sa che un progetto politico chiaramente e consapevolmente immigrazionista non trova affatto consenso, non solo qui da noi, ma anche negli altri Paesi europei. Perché? Perché, particolarmente in Europa, coesione sociale e convivenza sono questioni complesse da tutti i punti di vista: religioso, sociologico, storico e culturale. Sono questioni che non si risolvono a colpi di precetti incentrati sulla bontà individuale. Questi ultimi valgono nei rapporti umani, ma tendenzialmente non funzionano nelle vicende relative al governo politico delle società.
Sono decenni che, anche da sinistra, i più attenti osservatori avvertono che la politica delle porte spalancate a chiunque voglia arrivare da noi, a prescindere dalle condizioni in cui si trova il Paese d’origine, è solo l’anticamera della xenofobia e del razzismo. Perché l’onda migratoria preme sulle fasce più deboli della società, che sono le prime ad avvertire il peso della presenza, non sempre pacifica, di persone arrivate senza controllo e abbandonate a sé stesse nelle periferie delle città. Perché, se è vero che chiunque ha il diritto costituzionale a professare la propria religione, vi è chi è seguace di religioni che negli “altri” vede solo degli infedeli da convertire e non già da rispettare.
CAMBIO DI ROTTA
Perché, infine, dovremmo aver imparato che l’afflato immigrazionista rischia di ottenere il risultato opposto, nutrendo velleità re-immigrazioniste alla Vannacci. Su impulso decisivo dell’Italia, la stessa Unione Europea si sta convertendo, con i suoi regolamenti, verso forme più serie ed efficaci di gestione del fenomeno. Da noi, ad esempio, il rigore nel perseguire i reati degli scafisti e dei trafficanti di esseri umani è parte di questa serietà.
Noi vorremmo, alla fine, che chi ha responsabilità politiche potesse infine – pur esattamente animato dagli stessi sentimenti che hanno ispirato papa Leone, ma consapevole del proprio ruolo, appunto, politico – continuare in questa coerente direzione.




