È bastata una intervista a Quarta Repubblica, la trasmissione di Nicola Porro, per smontare la motivazione con cui il bengalese Ocikur Ramahan era stato scarcerato dopo aver commesso una violenza sessuale su una tredicenne. Il giudice aveva detto che l’imputato si era pentito, ritenendo ciò sufficiente per ridargli la libertà dopo un breve arresto. Quasi come il pentimento, che ha forza e cogenza in un ambito religioso, potesse avere anche valore legale in stretto senso! Nell’intervista il 41enne, gestore di un minimarket a Torino, ha detto di non aver fatto nulla di sbagliato. Ha poi aggiunto che in Italia, «Paese di grande umanità», avrebbe sicuramente ottenuto giustizia e comprensione. In verità si è scoperto, dalle telecamere di sorveglianza, che, immediatamente prima che la piccola vittima entrasse nel locale, il bengalese aveva tentato di aggredire sessualmente anche una donna matura. Insomma, una vera e propria propensione all’aggressione sessuale, ammessa d'altronde dagli stessi estensori dell’ordinanza di scarcerazione che avevano parlato di una difficoltà dell'imputato «a contenere i suoi impulsi».
DSOTTOVALUTAZIONE
La domanda che perciò sorge spontanea è semplice, elementare: come si può lasciare a piede libero chi ha questa “difficoltà”? Come non mettersi nei panni delle vittime, colpite a livello psicologico e che comunque vivranno nella paura? Come non pensare ai tanti casi di violenze degenerate in stupri e anche in assassini di cui la cronaca è piena, tutte nate da una sottovalutazione di segnali ben riconoscibili? Inutile dire che il buon senso suggerisce all’uomo comune che questa sottovalutazione nasca da un pregiudizio ideologico, da una sorta di razzismo all'incontrario che porta molti, compresi alcuni magistrati, ad avere occhi di riguardo verso gli immigrati. Quasi che il capire le loro “difficoltà” equivalesse ad una sorta di accettazione dei loro misfatti e reati. Parafrasando Orwell, è come la legge fosse uguale per tutti ma per alcuni un po’ più che per gli altri. C’è poi l’altro lato della questione. Perché un tizio come Ocikur Ramahan può ritenere di non aver commesso nulla di male, chiedendo un trattamento umano? Lo stesso buon senso di cui prima suggerisce che questo possa avvenire, anzi spesso avvenga, anche e soprattutto per motivi culturali e religiosi. Che così sia è testimoniato, ad esempio, proprio dall’inchiesta di Quarta Repubblica, ove vari intervistati, per lo più altri commercianti musulmani di origine bengalese, affermano con sicurezza che la donna dovrebbe restare a casa e che comunque, se esce e caso mai va in giro in minigonna, non merita rispetto.
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Ed in effetti, è proprio questo il vero problema di un’immigrazione incontrollata, che non esita in nome dell’ideologia dell’accoglienza incondizionata a non accertarsi che i nuovi arrivati credano nei valori della nostra comunità e siano disposti ad accettarli. Fra l’altro, tutto questo avviene con il proliferare nei nostri centri di minimarket e negozi di chincaglierie gestiti da commercianti di origine musulmana o che comunque si sentono una comunità a parte. Perché ciò avviene? C’è forse una facilitazione nell’ottenere licenze? Possiamo permetterci di vedere proliferare sul nostro territorio piccole enclave di persone e comunità familiari che non credono nei nostri valori e che, per quanto pacifiche, ci finiranno probabilmente per assoggettarci da un punto di vista culturale? Ripeto: sono domande di buon senso, a cui va trovata una risposta, altrettanto di buon senso. Se la politica non se le pone nemmeno, o se le pone in modo ideologico, recriminare sulla crescita smisurata di forze antisistema, oltre che ingiusto, è francamente ipocrita. È questo il dilemma a cui si trova oggi di fronte l’Europa. Non è più tempo di chiudere gli occhi. Hic Rhodus, hic salta.




