Matteo Piantedosi risponde alle polemiche sulle manifestazioni delle ultime settimane con una notizia che ha il pregio della concretezza: uno dei giovani stranieri identificati dopo i disordini del 18 ottobre nel centro di Milano è stato rimpatriato. Non una promessa, non un annuncio di principio, non l’ennesimo progetto destinato a smarrirsi nei corridoi della burocrazia. Un provvedimento eseguito.
Il giovane, nato nel 2006, era irregolarmente presente sul territorio italiano e risultava già gravato da precedenti per «porto di armi e oggetti atti a offendere, violenza a pubblico ufficiale, reati in materia di stupefacenti e stalking». Dopo l’identificazione da parte delle forze dell’ordine è stato trattenuto nel Centro di permanenza per i rimpatri di via Corelli, a Milano, e successivamente imbarcato su un volo diretto nel Paese d’origine. A darne notizia è stato lo stesso ministro dell’Interno attraverso i social. Il provvedimento è amministrativo e discende dall’irregolarità della permanenza nel nostro Paese. La partecipazione ai disordini costituisce il contesto nel quale il giovane è stato individuato, va detto, non una condanna penale già accertata per le devastazioni.
Ma il dato politico rimane. Nelle giornate successive alle violenze milanesi, il Viminale non si è limitato a condannare le immagini delle vetrine infrante e degli scontri con gli agenti. Ha continuato a identificare le persone coinvolte e a verificare le rispettive posizioni sul territorio nazionale. Ed è proprio qui che la questione della sicurezza incontra quella dell’immigrazione irregolare. Perché una cosa è discutere delle politiche migratorie, altra è accettare che persone prive del titolo per soggiornare nel Paese, e già note alle forze dell’ordine per una serie di precedenti, continuino a circolare senza che lo Stato riesca a rendere effettivi i provvedimenti previsti dalla legge. E Piantedosi, su questo terreno, sta cercando di trasformare in risultati un principio che per troppo tempo è rimasto prigioniero degli annunci: chi non ha diritto di rimanere in Italia deve poter essere effettivamente rimpatriato, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.
E mentre il dibattito parlamentare delle ultime ore si concentra sulle polemiche attorno alle piazze, il Viminale annuncia un’altra operazione collegata agli accertamenti successivi alle devastazioni milanesi che ha riportato 28 nordafricani irregolari, gravati da precedenti penali e di polizia per reati contro la persona, contro il patrimonio e in materia di armi e stupefacenti, nel loro Paese d’origine attraverso un volo charter organizzato con il supporto di Frontex. Ventotto persone espulse con un’unica operazione. Non una soluzione definitiva al problema dell’immigrazione irregolare, naturalmente, ma un risultato concreto in un comparto nel quale ogni intervento richiede identificazioni, verifiche, accordi con i Paesi di provenienza, disponibilità di voli e rispetto delle procedure. La macchina dei rimpatri non funziona premendo un pulsante. Ed è anche per questo che i numeri rivendicati dal Viminale meritano attenzione. Secondo i dati comunicati da Piantedosi, nel corso del 2026 i rimpatri, considerando quelli forzati e quelli volontari assistiti, hanno già superato quota 6.500. L’obiettivo dichiarato è arrivare a 10mila entro la fine dell’anno. Il ministro lo aveva spiegato anche affrontando il tema delle verifiche sanitarie nei centri per i rimpatri. La tutela della salute, aveva osservato, deve essere assicurata con puntualità e affidabilità, senza però trasformarsi in uno strumento per ostacolare sistematicamente l’esecuzione dei provvedimenti.
Il punto è delicato e non ammette scorciatoie: le garanzie individuali devono rimanere effettive, così come deve esserlo la possibilità per lo Stato di applicare la legge. Perché la sicurezza non si costruisce con le conferenze stampa. Ma neppure con l’indulgenza verso chi viola le regole. Si costruisce facendo funzionare le istituzioni. E se l’opposizione vuole discutere seriamente dell’operato di Piantedosi, farebbe bene a partire da qui: non soltanto da ciò che lo Stato avrebbe dovuto impedire, ma anche da ciò che è riuscito concretamente a fare.




