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Venti di crisi

Ecco perché all'Italia conviene ancora uscire dall'euro

La nuova lira si potrebbe svalutare del 30% sulle monete forti, ma nell'arco di almeno un anno. E i nostri prodotti tornerebbero competitivi sui mercati mondiali

Ecco perché all'Italia conviene ancora uscire dall'euro

Che nell’euro così com’è molte cose non vadano nessuno ormai lo contesta. Il dibattito si sposta su come riformare la moneta unica o come abbandonarla. Quest’ultima opzione suscita grandi timori, non tutti fondati. Prima di parlarne, osservo che il punto dirimente è quello politico, non quello tecnico. Faccio un esempio: per i tedeschi entrare nell’euro ha significato abbandonare una valuta forte, il marco. Perché questo non ha causato panico? Semplicemente perché si era raggiunto un consenso intorno all’idea che l’euro avrebbe comunque portato benefici. Allo stesso modo oggi per gli italiani tornare alla lira significherebbe abbandonare una valuta forte, l’euro. Se però ci si convincesse, a torto o a ragione, dei benefici di un’uscita dall’euro, si creerebbero le condizioni politiche per una transizione senza panico.

Come ho spiegato ne Il tramonto dell’euro, l’obiezione secondo cui l’uscita è impossibile perché i trattati non la prevedono è infondata. La convenzione di Vienna stabilisce che un trattato può essere risolto, anche in assenza di clausole espresse, quando mutino i presupposti in base ai quali esso è stato concluso (è il principio rebus sic stantibus). L’attuale disastro fornisce una base giuridica sufficiente per un recesso. Lo ammette la stessa Bce in un documento del 2009.

Un altro principio è quello della Lex monetae: uno stato sovrano ha il diritto di decidere in quale conio sono definiti i contratti che cadono sotto la sua giurisdizione. Nel nostro codice civile questo principio è disciplinato dagli articoli  1277 e seguenti. L’uscita avverrebbe quindi tramite una ridenominazione in nuove lire dei contratti regolati dal diritto italiano. A quale cambio? L’opzione più semplice da gestire è che si usi un cambio uno a uno. Lo stipendio passerebbe da 1500 euro a 1500 nuove lire, la rata del mutuo da 500 euro a 500 nuove lire, ecc.

Ma allora non cambierebbe niente? No, qualcosa cambierebbe: il passaggio al nuovo conio sarebbe seguito da un riallineamento del cambio sui mercati valutari. Una rivalutazione dei Paesi «forti» e una simmetrica svalutazione della nuova lira, che restituirebbe respiro al nostro export con effetti positivi su reddito e occupazione.

La svalutazione non ci schiaccerebbe sotto il costo delle materie prime? Non è detto. Secondo gli studi più recenti (li trovate nel mio blog, bagnai.org), il riallineamento atteso è dell’ordine del 30%, distribuito lungo l’arco di almeno un anno. Certo, in capo a un anno le materie prime costerebbero  un 30% in più. Ma le materie prime sono solo una componente del costo del prodotto finito. Ad esempio, il riallineamento del cambio non influirebbe sul costo del lavoro in valuta nazionale. 

E poi, chiedo, un imprenditore preferisce pagare un po’ di più le materie prime, ma ricominciare a fatturare, o essere «protetto» dalla valuta forte che però gli impedisce di vendere all’estero? I tanti suicidi cui assistiamo danno una risposta fin troppo eloquente.

Nel caso dei carburanti, poi, la componente fiscale è preponderante. Per questo motivo si osserva che solo un terzo di una svalutazione si traduce in un incremento del prezzo alla pompa. Con una svalutazione del 30%, l’incremento atteso del prezzo alla pompa sarebbe di circa il 9%, distribuito in più di un anno (ne abbiamo avuti di maggiori con l’euro).

Secondo gli studi occorre un anno perché il 36% di una svalutazione si trasferisca sui prezzi interni. Ha torto chi dice che se svalutassimo del 30% saremmo tutti più poveri del 30% in una notte! Del resto, da un anno a questa parte l’euro ha guadagnato circa l’8% sul dollaro. Vi sentite molto più ricchi? No, perché la spesa di tutti i giorni non la fate negli Usa, ma in Italia.

D’accordo, si obietta, ma comunque il debito estero andrebbe pagato in valuta forte, e saremmo schiacciati dall’onere del debito! Non è corretto. Solo i contratti regolati dal diritto estero subirebbero questa sorte. Non ricade fra questi la maggior parte dei titoli pubblici. Va bene, ma allora i mercati, penalizzati dalla svalutazione, non ci isolerebbero, rifiutandoci altro credito? Non è detto. Molti avrebbero voglia di tornare a investire in un paese che riprendesse a crescere, e se ora abbiamo bisogno di capitali esteri è perché l’austerità di Monti e Letta ha distrutto reddito, risparmio e produttività degli italiani. 

Ma (si obietta) la «liretta» sarebbe attaccata dalla speculazione! Siamo proprio sicuri? Quanto più la lira perdesse di valore, tanto più le merci italiane diventerebbero a buon mercato. Le banche centrali dei nostri concorrenti starebbero quindi ben attente a evitare un eccessivo deprezzamento della nuova lira.

Il discorso andrebbe certo approfondito, ma una cosa spero emerga: viste alla luce della razionalità economica, molte obiezioni sollevate per incutere terrore agli elettori perdono vigore. È giunta l’ora che la lucidità e la valutazione dell’interesse del Paese prevalgano sull’emotività e su un malinteso «sogno» europeo.


di Alberto Bagnai
Professore associato di politica economica
(Università D'Annunzio, Pescara)

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Commenti all'articolo

  • puricellibruno

    14 Aprile 2014 - 16:04

    Mi piace ed è una possibilità incoraggiante ma, per esempio, per pagare gli attuali 90 mlds di interessi con una lira deprezzata del 30% ed avendo sempre bisogno di emettere titoli di Stato per finanziarci riusciremmo a creare un surplus annuale sufficiente con questa classe politica culturalmente portata a concessioni clientelari e familiari finchè paga pantalone?

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  • Giovanniv36

    14 Aprile 2014 - 15:03

    Professore mi spiega, per favore, come è successo che un kg. di mele che costava meno di 1000 lire é passato ad un euro? Ci sono responsabili da condannare? Perchè non si condannano? Con questo andazzo il passaggio alla lira provocherà sicuramente un bagno di sangue a danno di operai e pensionati, se già si parte con il consenso ad una svalutazione del 30%.

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  • mirtilla2011

    23 Febbraio 2014 - 14:02

    ...valutazioni di una adolescente delle medie in economia domestica (quando ancora si faceva)...

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  • imahfu

    30 Dicembre 2013 - 11:11

    Non esistono monete sottovalutate e monete sopravvalutate se la moneta é unica. Sotto o sopravvalutazione é termine di confronto con altre monete. Questi discorsi non li faremmo se l'economia reale andasse bene (ecco la sopra e sottovalutazione: le economie reali) ma abbiamo prodotto male e abbiamo un ceto imprenditoriale da strapazzo che vede il guadagno tutto e subito, il più possibile, senza una propensione per il consolidamento futuro; con molta sfiducia nel paese che li porta a trasferire la ricchezza prodotta al 'finanziario', all'estero ovviamente. Ne consegue l'evasione fiscale, lo Stato che non ha mezzi e se li procura su quello che rimane in patria (pressione fiscale forte). La colpa non é dell'euro ma dell'Italia . Si devono fare sacrifici e sostenere i meno abbienti. Equità, insomma.

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