"Stavolta non è il popolo che sfida il re e dà inizio alla rivoluzione, come in Francia il 14 luglio del 1789 con la presa della Bastiglia. Stavolta è il Parlamento a ricordare a Giorgia Meloni che non è ancora una regina, e che le forzature istituzionali sono destinate a infrangersi regolarmente contro un muro chiamato democrazia": così inizia l'editoriale di Annalisa Cuzzocrea, che su Repubblica commenta quanto successo ieri con la legge elettorale a Montecitorio, dove la maggioranza è andata sotto nella votazione dell'emendamento sulle preferenze. A detta della giornalista, a ricordare alla premier che "non è ancora una regina" sarebbero stati anche altri episodi: "È successo per la legge sull’Autonomia differenziata, grazie alla Corte Costituzionale. È successo sulla riforma della giustizia, con il referendum". Approfittando dell'anniversario della presa della Bastiglia, dunque, la Cuzzocrea si lancia in parallelismi piuttosto azzardati.
Secondo lei, inoltre, "l’emendamento serviva alla presidente del Consiglio per poter dire che voleva cambiare la legge elettorale con l’obiettivo di ridare la parola agli elettori e non alle segreterie di partito. Ma non era vero, e non ha funzionato". E non solo. Per la Cuzzocrea, quanto successo in aula avrebbe dei risvolti drammatici, già smentiti da diversi esponenti del governo: "I leader del centrodestra non tengono più i gruppi parlamentari. Li hanno piegati con continue fiducie, con decreti-legge che non avevano alcuna necessità e urgenza, con una legge elettorale che arriva a colpi di emendamenti inemendabili e scritti a Palazzo Chigi per cucire addosso alla premier — soprattutto a lei — una nuova vittoria. O scongiurare una sonora sconfitta".
Voto anticipato dopo il terremoto in aula: ecco la data
Governo “traghettatore” ed elezioni anticipate a giugno 2027? Non è un colpo di testa dovuto al caldo...L'editorialista si spinge addirittura a dire che ci sarebbe una strategia di fondo ben precisa, "non il tentativo di ridare la parola agli elettori, ma quello di scrivere una legge elettorale che cancelli la parte sui collegi uninominali — il modo migliore probabilmente di garantire rappresentanza — solo perché questo significherebbe, per la destra, perdere il Sud. E aggiungere trucchi nuovi come quello sui residenti all’estero, cambiando la ripartizione fino ad arrivare per il Senato al collegio mondo. Forzatura dopo forzatura, Meloni stava tentando di costruire un salvacondotto che aiutasse lei, Salvini e Tajani a resistere nonostante l’incapacità di andare d’accordo su temi fondamentali — il rapporto con l’Europa, la guerra in Ucraina — e nonostante l’assalto esterno di Roberto Vannacci, i cui prodi ieri gridavano in aula cose come: 'Basta con la finta destra, serve il generale'".




