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Il governo ci nasconde le pensioni

ll premier Enrico Letta e il ministro del Welfare Enrico Giovannini

I fondi di previdenza integrativa già lo fanno. L’Inps ci sta provando da 18 anni. O meglio, ci stava provando, visto che ieri il governo ha definitivamente annunciato l’intenzione di archiviare l’operazione trasparenza sulle nuove pensioni: la famosa «busta arancione» che i lavoratori italiani aspettano da tempo per conoscere l’entità dei futuri assegni previdenziali non arriverà mai. Il motivo? Gli italiani, ha spiegato ieri Enrico Giovannini citando il recente rapporto dell’Ocse sull’istruzione,   «hanno una scarsa capacità a districarsi con i numeri». Al di là della battuta di cattivo gusto del ministro del Welfare, la realtà è che il governo Letta, che ha già troppi problemi di cui occuparsi, ha deciso di disinnescare una mina dagli effetti probabilmente devastanti. Ovvero, far sapere ai cittadini quale sarà il loro destino previdenziale dopo il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo il cui percorso si è completato sotto il governo Monti con la legge Fornero.

La comunicazione, in effetti, potrebbe essere scioccante. E non solo perché, come ha certificato martedì la Corte dei Conti, l’Inps è sull’orlo del crac e se il governo non ci mette i soldi le pensioni rischiano di non arrivare per niente. Qualche tempo fa la Cgia di Mestre ha messo a confronto la pensione di un padre con quella di un figlio: entrambi con 35 anni di contribuzione e una retribuzione annua di 20mila euro. Ebbene, il papà, con il sistema retributivo, mette in tasca un assegno mensile lordo da 1.138 euro, il figliolo, con il contributivo, si dovrà accontentare di 871 euro, con una perdita netta del 23,5%. Ma la forbice potrebbe essere ancora più severa, arrivando a riduzioni del 30-35%, mentre il differenziale rispetto all’ultimo stipendio percepito potrebbe anche raggiungere il 50%. Realmente drammatica, inutile dirlo, sarà la situazione dei precari o di chiunque abbia un percorso contributivo non costante ed omogeneo. 

Proprio per questo, però, nella consapevolezza di un pesante ridimensionamento del trattamento previdenziale, dalla prima riforma Dini del 1995 i governi hanno iniziato ad incardinare una serie di misure per informare e responsabilizzare i lavoratori, allo scopo anche di favorire il ricorso alle forme pensionistiche integrative, che in Europa sono sottoscritte dal 91% della platea interessata, mentre da noi non si supera il 23%. Le prime tracce del dibattito sull’opportunità di rendere consapevoli i futuri pensionati risalgono alla fine degli anni ’90, ma l’iniziativa di copiare gli svedesi inviando una «busta arancione» con stime dettagliate fu formalizzata dall’ex ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, nel 2009. «Entro il prossimo anno», disse ad aprile, «ogni cittadino riceverà una certificazione annuale con il proprio estratto conto previdenziale e la proiezione della futura pensione». A maggio dello stesso anno, l’allora ed attuale presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, promise: «Siamo impegnati a terminare il nostro lavoro entro fine anno con l’obiettivo di spedire la busta arancione a partire da gennaio 2010».

Poi è arrivato il governo Monti ed Elsa Fornero, dopo aver stretto le maglie del sistema previdenziale fino all’inverosimile, non ha voluta essere da meno. «Ora si fa sul serio. Il lavoratore ha bisogno di informazioni puntuali per costruirsi la pensione ed è sempre più necessaria la versione italiana della busta arancione». A seguire la nuova promessa, nel maggio 2012, di Mastrapasqua: «Per troppo tempo è stato detto che l’Inps non è stato in grado di consegnare la busta arancione ai suoi 22 milioni di iscritti, ma il problema è che gli archivi dell’istituto non erano affidabili. Oggi abbiamo fatto un’enorme operazione di pulizia. Ora sono in grado di affermare che l’Inps a brevissimo partirà con la simulazione del calcolo della pensione». 

Malgrado le rassicurazioni, però, della busta arancione non si è vista l’ombra. E a spiegarne i motivi, paradossalmente, sono gli stessi che ne hanno promesso l’introduzione. «Se spedissimo oggi la busta arancione a un giovane di 35 anni, daremmo un messaggio di allarme e il governo non vuole alimentare l’incertezza», ha detto una volta la Fornero, mentre circa tre anni fa Mastrapasqua ebbe a dichiarare che «se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale».

Nel frattempo è esplosa la crisi del debito e sulle pensioni si è abbattuta pure, come se non bastasse, la mannaia dei contributi di solidarietà e della mancata indicizzazione all’inflazione. Misure su cui sta spingendo anche il governo Letta. Di informare, dunque, non se ne parla. A celebrare il funerale della busta arancione è stato ieri, con estrema chiarezza, Giovannini. «Io sono sempre stato a favore della trasparenza», ha spiegato di fronte alla commissione di controllo parlamentare sugli enti previdenziali, «ma se busta arancione vuol dire inviare a casa di tutti un foglio con dei numeri non credo faremmo un buon servizio al sistema». L’obiettivo, ha proseguito, è quello di «aiutare le persone a fare delle scelte, ma deve essere un passo avanti, non un boomerang». Ed ecco allora il nuovo traguardo. Niente numeri, che neanche li capiamo, ma piuttosto «degli applicativi» con «maschere su Internet che consentano alle persone di fare le loro valutazioni». In altre parole, l’importo dell’assegno pensionistico lo conosceremo quando ci arriverà sul conto corrente.

Sandro Iacometti

twitter@sandroiacometti

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Commenti all'articolo

  • encol

    07 Dicembre 2013 - 08:08

    quella incapace perfino di vergognarsi di fronte alla miseria sempre più nera. Imperterriti intascano compensi da 16.000 euro è privilegio di ogni sorta in totale poco meno di Euro 20.000/mese. I maiali VERI non sono quelli folcloristici della Coldiretti ma stanno in parlamento e, come i maiali veri, dovrebbero stare in porcilaia altro che stravaccati in lussuose poltrone.

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  • francoruggieri

    06 Dicembre 2013 - 07:07

    5,5 milioni di dipendenti pubblici, tra statali, regionali, e così via. Noi italiani siamo 60 milioni. Togliamo questi 5,5 milioni e i bimbi e ragazzi che non pagano tasse dirette. Significa che lo stipendio di un dipendente pubblico è pagato da 8 di noi contribuenti. L'efficienza di questi signori è sotto gli occhi di tutti. Basterebbe levare di mezzo il 20% di questi fancazzisti per risparmiare 30 miliardi di euro all'anno.

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  • Argonauta

    05 Dicembre 2013 - 22:10

    Ragiona con la tua testa gli statali le pensioni se le soo pagate e hanno pagato i riscatti quando provenivano dal privato. Le baby pensioni anche quelle pagate e retribuite i base agli anni versati no ai idea di quanti piangono scelte sbagliate. E' la CIG che è stata caricata sulle pensioni quando deve essere pagata dallo stato.

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  • fossog

    05 Dicembre 2013 - 19:07

    la fusione con l' Inps di questo istituto marcio statale, l'INPDAP, è stata una truffa ai danni dei pensionati privati e dei cittadini tutti. Un ente statale che ha concesso centinaia di migliaia di pensioni a gente di 40 anni con quattro contributi e che riscuoteranno la pensione RETRIBUTIVA per altri 40 anni ! PAGHINO GLI STATALI I LORO BUCHI, e paghino i maledetti politici che per voto di scambio hanno fatto leggi a favore della truffa pensionistica di stato. L'alternativa a questo è solo la rivolta dura, e risolutiva del marciume di stato, da parte del popolo.

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