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Iniziativa da matti

Graffiti sulla Grande Muraglia
La Cina si arrende ai vandali:
tratti del monumento ai writers

Graffiti sulla Grande Muraglia
La Cina si arrende ai vandali:
tratti del monumento ai writers

Se pensate che in Cina un’espressione artistica tipicamente occidentale, spontanea e, come si dice, sorgente dal basso, come quella dei writers, o graffitari, sia proibita, vi sbagliate di grosso. Purché i graffitari si tengano alla larga da stazioni ferroviarie o della metropolitana, e soprattutto non esibiscano slogan politici, sono i benvenuti. Ancora non abbiamo avuto un corrispettivo cinese di Banksy, il famoso writer inglese dall’identità misteriosa, però potrebbe nascere da un momento all’altro, magari decorando un tratto della più nota attrazione turistica cinese: la Grande Muraglia. Di qualche giorno fa è la notizia che le autorità di Pechino, impotenti a sorvegliare oltre 21mila chilometri di muraglia, hanno deciso di riservarne alcune zone alla libera creatività dei visitatori, i quali già prima, eludendo le intimidazioni di cartelli, la sorveglianza di guardie e gli inviti a fotografare i trasgressori, lasciavano le loro firme sui venerabili mattoni della Muraglia. Con le zone dedicate, il governo spera di concentrare così i graffiti in una piccola parte della Muraglia, precisamente l’area della valle di Mutianyu, a settanta chilometri da Pechino, lasciando integro il resto.
Il riconoscimento della libertà di graffito a Mutianyu è più un condono, per così dire, che la concessione di uno spazio nuovo per i writers, infatti a causa della sua relativa vicinanza dalla capitale era già il punto più coperto di disegni, firme, scarabocchi. Ma si stanno già studiando le aperture di due ulteriori zone a graffito libero, anche se il rappresentante cinese presso il WTO, l’organizzazione turistica mondiale, si è dichiarato contrario. Più avveniristica l’ipotesi di applicare anche alla Muraglia degli schermi elettronici, che già si trovano nei siti di altri monumenti minori, sui quali il visitatore può scrivere o disegnare quel che vuole senza sconciare i muri, espediente che però accontenterebbe solo i turisti che amano lasciare un segno del loro passaggio, ma del tutto insoddisfacente per un vero graffitaro, che mira a integrare in modo permanente le sue decorazioni alle vive pietre del monumento, della parete del palazzo, della galleria o quel che sia.
L’iniziativa delle autorità di Pechino colpisce non solo per l’apertura, come abbiamo detto, a una forma d’arte di provenienza occidentale – del resto la Cina come si sa è da lungo tempo che importa, e adatta a sé, il modello occidentale – e sempre sospettata di avere al suo interno elementi sovversivi o perlomeno di contestazione del potere, ma proprio per la location scelta per l’espressione di questa arte: uno dei patrimoni artistici non solo cinesi, ma dell’umanità. Per intenderci sarebbe come se, in Italia, da oggi si potesse disegnare su un pezzetto di Colosseo, o di Torre di Pisa, o in un angolino all’interno del Duomo di Firenze che, peraltro, a parte la cupola affrescata dall’imponente Giudizio Universale del Vasari, è alquanto spoglio, contrasto tanto più forte con le ricche decorazioni esterne.
Abbiamo citato tre esempi non per istigare i graffitari a agire, Dio ce ne scampi, ma solo per dire che, considerata l’abbondanza dei nostri tesori artistici, un eguale provvedimento in Italia avrebbe conseguenze disastrose. Né del resto si può considerare la Grande Muraglia alla stregua di una cattedrale o di un anfiteatro come il Colosseo, e non vogliamo essere sciovinisti mettendo a paragone forme monumentali completamente differenti e dicendo che le nostre sono migliori, ma perché la Muraglia è una fortificazione edificata contro le incursioni mongole, e come tale può sopportare gli attacchi, più o meno riusciti, anche delle orde di writers, graffitari, imbrattatori e esibizionisti: è nella sua natura resistere. Riservare alle scorrerie dei graffitari un angolo di Colosseo o di altro monumento del genere, il cui scopo è il bello, il fasto, lo splendore e non la difesa dai popoli nemici, è invece vandalismo, non poi così lontano dal gesto di quel folle che prese a martellate la Pietà di Michelangelo.
di Giordano Tedoldi

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