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Ritornano gli apprendisti ma non in tutte le aziende

Sacconi: "Le imprese formino seriamente i loro apprendisti"

Ritornano gli apprendisti ma non in tutte le aziende
di Giulia Cazzaniga - «È uno strumento di per sé semplice, che comporta però un impegno da parte dell’impresa. Nei confronti del ragazzo, che va accompagnato nel suo ingresso nel mondo del lavoro». Così Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, definisce a Libero l’apprendistato. E così liquida anche le perplessità di chi, a fronte di uno strumento che nelle intenzioni di ministero e parti sociali «deve essere rilanciato», individua nella burocrazia il “mostro” da combattere. Entro fine mese verranno infatti invitati per la seconda volta a sedersi allo stesso tavolo di lavoro parti sociali e Regioni, e l’obiettivo che Sacconi si pone ora è di monitorare in modo più efficace i reali bisogni del mercato del lavoro (espandendo il metodo del programma Excelsior, di Unioncamere) e promuovendo uffici di rapporto con il mercato del lavoro nelle università, ma anche nelle scuole superiori. Così da mettere a punto «una linea condivisa».
Responsabilizzare, sembra essere la parola chiave del programma del ministro. Responsabilità di fronte a una «generazione bruciata», a dei giovani condizionati da dispersione scolastica ancora molto significativa e da disadattamento scolastico: chi «viaggia tra il 5 e il 6», chi «ha scelto il liceo o una laurea in Scienze della comunicazione solo per convenzione sociale», chi ottiene il titolo di studio «a 30 anni, e poi come pensa di poter essere assunto? ». Per questo Biagi innalzò l’età dell’apprendistato, che già esisteva: «Per recuperare coloro che per una ideologica e stupida separazione tra istruzione e lavoro sono vittime di una generazione viziata», dice Sacconi.
E oggi le tre tipologie di apprendistato – per l'espletamento del diritto-dovere di istruzione, professionalizzante e per l’acquisizione di un diploma – sono in attesa di recuperare la loro «potenzialità straordinaria», secondo le parole del ministro, in funzione di pensare a un sistema di certificazione di competenze che segua un sistema di formazione con un’offerta «non per materie in ambito scolastico, ma per compiti in situazione lavorativa». Perché il cardine dello strumento (...)
(...) apprendistato  è la formazione. Come spiega Giovanna Muselli, della Cisl, «l’apprendistato rappresenta un punto di equilibrio tra le esigenze dei giovani lavoratori e del mondo imprenditoriale. Oggi riguarda quasi tutte le qualifiche e le mansioni, non più, come una volta, solo quelle manuali». Perché, continua Muselli, «in un’epoca come la nostra di forti spinte evolutive nel lavoro e nella società non può esserci spazio per la vecchia dicotomia fra teoria e pratica: è ormai acquisito a livello generale l’inscindibilità di tale binomio». Da una parte l’impresa, quindi, dall’altra il giovane lavoratore. Libero ha chiesto a Cisl e Assolombarda di stilare una breve lista di consigli per chi, da entrambe le parti, voglia approcciarsi a questo strumento.
«I giovani devono informarsi per primi, di propria iniziativa», consiglia Muselli, «perché non tutte le aziende conoscono questa possibilità: non sanno che possono assumere come apprendisti anche giovani qualificati, diplomati e laureati. Presso le organizzazioni sindacali possono trovare le informazioni di cui necessitano». La legge prevede per età da 16 a 18 anni l’apprendistato con obbligo di formazione di 240 ore annue esterne all’azienda, finanziate con risorse pubbliche gestite dalla Provincie che propongono percorsi modulari e a catalogo. E da 18 a 29 anni «120 ore annue all’interno o all’esterno dell’azienda, come previsto dai contratti collettivi di lavoro». L’obbligo di formazione è a carico dell’azienda, «se non lo rispetta al termine del contratto di apprendistato, se non si viene confermati, si può fare una vertenza ed essere assunti a tempo indeterminato». Si comincia con un contratto a termine, ma solitamente si è poi assunti in modo definitivo. «Il contratto va scritto e va indicata la durata la qualifica che si deve raggiungere e la retribuzione», continua il sindacato, «e solitamente oltre il 90% dei contratti di apprendistato veniva, prima della crisi, confermato e passava da tempo determinato a tempo indeterminato. Il contratto può durare anche pochi mesi (per i lavori stagionali) e al massimo 6 anni. La durata media è di 2 anni, all’interno dell’azienda un tutor (vale a dire un lavoratore più anziano) segue l’apprendista».
L’apprendistato è un contratto che garantisce fino alla scadenza il lavoratore come se fosse a tempo indeterminato e allo stesso tempo dà all’azienda la possibilità di licenziare alla fine del periodo di apprendistato. Per l’azienda è molto conveniente, perché, spiega Muselli, «paga una piccolissima quota per i contributi obbligatori (il 10% invece del 30% medio degli altri lavoratori) e per il lavoratore questi sono riconosciuti interamente perché pagati dallo Stato. La retribuzione è inizialmente bassa e cresce con il passare del tempo per arrivare alla fine del periodo a quella prevista dalla propria qualifica».
Come spiega invece Alberto Meomartini, presidente di Assolombarda, «l’imprenditore deve comprendere che lo strumento dell’apprendistato gli conviene sì, ma deve esserci una forte attenzione nei confronti della persona. Insomma, comporta una responsabilizzazione del ruolo dell’imprenditore». «Le associazioni di categoria possono in parte sopperire ai problemi burocratici, e in quest’ottica Assolombarda ha messo a punto una guida in forma di cd-rom per aiutare le aziende a comprendere meglio l’apprendistato professionalizzante, così come qualche giorno fa ha messo il tema al centro di un convegno che ha visto anche l’intervento di Sacconi», continua Meomartini.
Gli step che secondo Assolombarda l’impresa deve affrontare per approcciare lo strumento sono diversi. Si parte dalla verifica del contratto nazionale del lavoro a cui far riferimento; la verifica poi della normativa regionale, che può prevedere dei vincoli laddove è prevista. In terzo luogo è necessario individuare con l’apprendista quali competenze sviluppare e quindi il profilo professionale. Seguiranno la predisposizione del piano formativo – da condividere con il ragazzo - l’individuazione di un tutor di riferimento e infine la decisione di compiere la formazione internamente all’azienda o esternamente, attraverso enti di formazione. «L’apprendistato», conclude Meomartini, «è quello che noi imprenditori abbiamo spesso chiesto per agevolare il nostro modo di lavorare e anche per inserire i giovani nel mondo del lavoro. Uno strumento fondamentale, che ha bisogno di essere rilanciato».

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Commenti all'articolo

  • caterpillar

    18 Luglio 2010 - 14:02

    Caro Ministro Sacconi,lavoro come apprendista dal 2007 presso un'azienda metalmeccanica di Noceto.Ho molte difficoltà, dopo la crisi economica a gestire i tempi di vita lavorativa e familiare,mio marito di origini turche è obbligato per lo scarso lavoro in azienda a star fuori per mesi all'estero.Non abbiamo nessuno che si occupi di nostro figlio se non una tata che paghiamo profumatamente come può immaginare.Avevo chiesto a Settembre 2009 che mi venisse concesso il part time e l'azienda mi aveva assicurato di tener fede al 3% del CCNL che impone la trasformazione dei contratti da full a part time, non essendocene alcuno.Nel tentativo di conciliazione hanno ritrattato tutto negando la visione dei documenti che attestano che hanno già trasformato 2 contratti di lavoro a part time.Premetto che sono io a "far apprendere"in azienda e che spesso l' Aprendistato è un escamotage per pagare meno persone qualificate,infatti lamentano di non trovare una sostituta che parli 3 lingue come me....

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