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Giorgia Meloni, Sergio Mattarella festeggia le donne ma si dimentica di lei

Matteo Legnani
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Venghino signore venghino al Quirinale addobbato a festa (della donna), con mimose d' ordinanza e selfie presidenziali. Non tutte, però. Per la precisione, astenersi donne leader di partito, e non della lamentela di genere. Ancor più se di destra, nel caso sarebbe gradita anche autocensura preventiva, per non oscurare le sacerdotesse del boldrinianamente corretto. Se poi le suddette donne leader di partiti di destra hanno avuto l' ardire di candidarsi alla presidenza del Consiglio dei Ministri, si consiglia l' esilio volontario dal dibattito, ché qui rischiate di rompere il giocattolo a noi virgulti della nomenclatura, quella giornata all' anno in cui vi concediamo signorilmente una pacca sulla spalla (e ci teniamo a specificare non altrove, siam mica sporchi maschilisti berlusconiani) e vi diciamo che sì, ce la potete fare anche voi, a patto che non vi prenda la balzana idea di farcela veramente. Leggi anche: Giorgia Meloni: "Cosa andrà a dire al Capo dello Stato al Quirinale" Il ricevimento - Così, più o meno, dovrebbe essere suonato all' orecchio di Giorgia Meloni il (radical)chiccosissimo ricevimento voluto dal presidente Mattarella per l' 8 marzo. Un convegno dal titolo nebuloso al punto giusto, «Donne e Costituzione», molte ministre del governo uscente che non hanno perso l' occasione di un' ultima passerella quirinalizia, dall' italianista mancata Valeria Fedeli alla meteora riuscita Maria Elena Boschi, il sindaco (pardon, la sindaca, ci avete insegnato che la desinenza è una battaglia di civiltà) di Roma Virginia Raggi, le attrici Cristiana Capotondi e Valeria Solarino (che ha letto un brano di Angela Merlin, nemica feroce del femminismo autentico, il quale contempla la libertà di disporre del proprio corpo nelle forme che più aggrada), la cantautrice Chiara Civello accompagnata da un trio d' archi (ovviamente tutto rosa), perfino la Guardia d' Onore interamente al femminile. Ma non l' unica leader di partito esistente oggi in Italia, l' unica che abbia dichiarato pubblicamente di correre per Palazzo Chigi alle elezioni del 4 marzo, senza tanti pensosi birignao sul suo diritto di farlo, facendolo e basta, l' azione individuale invece del pensiero unico, appunto Giorgia Meloni. Giorgia "stupita" - Provate a ribaltare ideologicamente il copione: una donna di sinistra diventa capo indiscusso di un partito, si candida alla premiership, si ritrova alla guida di un battaglione di cinquanta parlamentari e col consenso più che raddoppiato. Avrebbero pregato la signorina Capotondi di ritornare sul set, le avrebbero riservato il posto d' onore a fianco di Mattarella, e giù concioni solenni sul tabù sdoganato, sull' esempio da seguire, sulle magnifiche sorti e progressive per le nostre ragazze da Sondrio a Ragusa. «Le donne non sono ancora presenti nella politica quanto dovrebbero e quanto sarebbe utile», ha sermoneggiato Mattarella. Nobili parole, per questo schierate lì in prima fila Giorgia Meloni, eccezione vivente di questa regola retriva che voi avanguardia illuminata denunciate... Ah, no? No, perché la donna che sale la scala gerarchica della politica col merito, senza quote ghettizzanti o singhiozzi in prima pagina su Repubblica, non si porta nelle stanze dell' establishment, sta male, sarebbe qualcosa come un rutto liberatorio tra i cocktail e le tartine alla fiera della vanità politically correct, dove la parità sessuale è teorizzata, perché praticarla sarebbe volgare. La Meloni si è detta «stupita, perché fino all' avvento di Mattarella sono sempre stata invitata al Quirinale per queste ricorrenze». Forse, ci viene da dirle, non ti eri ancora messa seriamente in testa di fare la leader politica. Davvero una cafonata imperdonabile, e non hai nemmeno messo una mimosa nel simbolo del partito. di Giovanni Sallusti

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