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Tragicommedie democratiche

Bersani finge di essere buono
E De Benedetti lo scarica

Il leader Pd evita la frattura e rinvia lo scontro con Renzi al vertice con gli alleati sulle regole. E l'Ingegnere, tessera numero uno del partito, lancia il Monti-bis

Bersani e De Benedetti

Bersani e De Benedetti

di Marco Gorra

Lo showdown è rinviato a data da destinarsi. E a tutti, in fondo, sta bene così. Il regolamento delle primarie del centrosinistra – negli ultimi giorni oggetto di scontro furibondo tra il rottamatore Matteo Renzi ed il segretario del Pd Pier Luigi Bersani – uscirà dalla riunione di coalizione Pd-Sel-Psi. Fino ad allora, è tregua armata. Sulla quale, inatteso, piomba però l’endorsement al contrario di Carlo De Benedetti, titolare della leggendaria tessera numero uno del Partito Democratico che stronca le velleità di Bersani e soci: «Spero che Monti resti, altrimenti il mondo non capirebbe».

Andiamo con ordine, e partiamo dalla tregua armata. Che viene siglata nel primo pomeriggio all’hotel Ergife di Roma, al termine dell’assemblea del Pd. La quale è chiamata a due compiti: dare mandato a Bersani per andare a negoziare con gli alleati (ossia con Psi di Riccardo Nencini e Sel di Nichi Vendola) le regole per le primarie di coalizione ed approvare la deroga allo statuto del partito, che prevederebbe la candidabilità del solo segretario, per consentire anche ad altri iscritti del Pd – Renzi in testa – di partecipare alle primarie.

Tutto va come deve andare: ora di metà pomeriggio, l’assemblea ha approvato a schiacciante maggioranza i tre documenti approntati dal partito: il leader riceve il mandato a negoziare le regole delle primarie sulla base di uno schema composto da doppio turno, vincolo di coalizione ed obbligo di registrazione degli elettori in apposito albo; la norma dello statuto che vieta la candidatura degli iscritti al Pd che non siano il segretario è temporaneamente derogata; viene richiesta la sottoscrizione della candidatura da parte del 10% dell’assemblea o del 3% degli iscritti. Una piattaforma che accontenta tutti: si conserva l’impianto regolamentare indicato nei giorni scorsi e il sindaco di Firenze vede i punti dolenti (principalmente quello in ordine alle modalità di registrazione nell’albo degli elettori) lasciati nell’interlocutorio. A stabilire le  – decisive – tecnicalità, sarà il vertice di coalizione dei giorni a venire. 

Che questo sia l’unico stratagemma in grado di assicurare la pax democratica Bersani lo sa benissimo. Avendo negli ultimi giorni prestato sin troppo il fianco alle accuse di «stalinismo» del sindaco di Firenze, il leader del Pd sa di essere obbligato a mostrare il proprio volto umano: massima enfasi, dunque, sul fatto di avere derogato allo statuto del partito per allargare la platea dei partecipanti alle primarie e sul rinvio ad altra sede della definizione del regolamento. Il messaggio che il Pd vuole far passare è il seguente: siamo dei gran signori a concedere a Renzi, nonostante nessuno ce lo abbia ordinato, di partecipare alle primarie. Il resto si vedrà.

Questo, si badi bene, non significa che Bersani abbia rinunciato ad apparecchiare intorno alle primarie del centrosinistra un meccanismo il più possibile penalizzante per il sindaco di Firenze. Il malanimo con cui Rosy Bindi, ora come ora tra i massimi sponsor del segretario, accoglie l’esito delle votazioni («Forse qualcuno non ha seguito bene i lavori dell’Assemblea, ma ci si iscrive all’albo entro il primo turno») è assai emblematico in tal senso. Solo, è pienamente consapevole dei rischi derivanti dall’intestarsi questa mossa. Le polemiche della scorsa settimana, quando Renzi era riuscito a far passare l’immagine di un Bersani novello Baffone intento ad azzoppare preventivamente gli avversari, sono significative. Rinviare la decisione (e soprattutto l’attribuzione della paternità della decisione stessa) ad un contesto plurale quale il vertice di coalizione con Nencini e Vendola (che ieri era a Ercolano e ha lanciato il suo slogan per le primarie «Oppure Vendola»), per il segretario, è una scelta quasi obbligata.

Alla fine, a guastare la festa del segretario sono le uscite di De Benedetti e Casini. Quest’ultimo ha mandato l’ennesimo avvertimento al leader Pd: «Le primarie sono un fattore di democrazia interna che non ci riguarda direttamente. Poi si tratta di vedere quale sia la linea per far cosa e con quali programmi. È chiaro che non si può conciliare l’alleanza con Vendola e Di Pietro con l’idea di fare un patto con i moderati». Mentre l’Ingegnere, parlando agli studenti del Collegio di Milano, dimostra di essere lontano anni luce dalle primarie del Pd. Per il dominus del gruppo Espresso, il governo attuale va talmente bene che merita il bis: «Credo che Monti abbia operato benissimo», afferma De Benedetti. Che rincara: «Io viaggio molto all’estero e negli ultimi anni mi vergognavo abbastanza per i sorrisi con riferimento ai bunga bunga. Oggi giro con fierezza, ci invidiano Monti e negli Usa una persona importante mi ha detto “se avete trovato Monti perché lo cambiate?”. Gli ho risposto che ci sono le elezioni, ma mi auguro rimanga Monti a continuare il suo lavoro». E tanti saluti alle primarie.

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Commenti all'articolo

  • umberto2312

    07 Ottobre 2012 - 15:03

    Mai avuto alcuna simpatia per CdB ancora prima che tirasse la stoccata al Banco Ambrosiano,però se la tessera N1 del PD lo molla ,deve avere capito che da quelli non c' proprio nulla di buono da cavar fuori.O più semplicemente, non gli conviene più.

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