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L'editoriale

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di Maurizio Belpietro

Giulio Bucchi
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Il ministero dell'Istruzione si prepara ad assumere 10mila precari. L'inquadramento dei nuovi professori sarebbe indispensabile per coprire gli organici, diversamente si rischierebbe di lasciare senza insegnanti centinaia di migliaia di alunni. Questa, per lo meno, la motivazione adotta per giustificare l'immissione in ruolo dei supplenti. La maxi assunzione verrebbe finanziata con i soldi delle lotterie, mentre pare definitivamente scartata l'idea di tassare la birra. In realtà, non ci sarebbe bisogno di nessuna imposta per coprire il fabbisogno di cattedre. Anzi, non ci sarebbe bisogno di regolarizzare neppure un precario. Per evitare che le classi restino senza prof, invece di assumere nuovi docenti basterebbe far lavorare quelli che già ci sono e l'organismo sarebbe completo, se non addirittura sovrabbondante. Non si tratta della solita polemica contro gli impiegati pubblici che battono la fiacca. A quella ci ha già pensato Brunetta e, ahinoi, nonostante gli sforzi, senza grandissimi risultati. No, la nostra tesi poggia su un dato pubblicato alla chetichella sulle pagine del Corriere della Sera di ieri. Secondo il giornalone di via Solferino, i professori imboscati, che invece di insegnare fanno tutt'altro, sarebbero più di quarantamila: 41.500 per l'esattezza. In massima parte si tratterebbe di docenti che, stanchi di salire in cattedra, avrebbero trovato comodo fare un altro mestiere, in particolare quello del sindacalista. Prof. che continuano a rimanere in carico al ministero, nonostante non svolgano più l'attività per la quale erano stati assunti, e che percepiscono regolarmente lo stipendio. Il sistema è quello noto dei distacchi. Un dipendente della pubblica amministrazione può essere spostato ad altro incarico conservando il posto di lavoro e pure la busta paga. Un giochino inventato dai sindacati per potersi garantire funzionari gratis a spese dello Stato. Una regalia alle confederazioni concessa negli anni della Prima Repubblica dai governi di centrosinistra. Alcuni ministri della Funzione pubblica hanno provato negli anni ad arginare il fenomeno, cercando di ridurre il numero dei distacchi. Ma gli sforzi sono sempre stati respinti dai vertici di Cgil, Cisl e Uil. Per la Trimurti sindacale perdere il bacino da cui attingere i funzionari sarebbe un colpo mortale. Senza gli uomini pagati dalla pubblica amministrazione sarebbe costretta a ridurre di molto i propri quadri e, di conseguenza, anche la propria attività. Avere una struttura a carico dei contribuenti, finanziata direttamente da quello Stato cui spesso si contrappone, è la ragione per cui il sindacato italiano continua a essere forte e avere un potere di interdizione di ogni riforma nonostante la crisi. In altri Paesi, dove l'organizzazione è costretta a contare solo sui propri iscritti, le unioni dei lavoratori sono di gran lunga meno strutturate. Da noi possono al contrario disporre di migliaia di sedi (regalate dallo Stato, che le ereditò dalle disciolte corporazioni fasciste), di centinaia di miliardi pagati dal ministero delle Finanze e dall'Inps, e di decine di migliaia di dipendenti generosamente prestati dal pubblico impiego, scuola compresa. Oltre a godere dei contributi figurativi, ovvero di contributi pensionistici versati dall'ente previdenziale. Un costo per le casse dello Stato piuttosto salato, il cui risparmio, da solo, garantirebbe un tesoretto sufficiente a finanziare una parte degli ammortizzatori sociali per chi rimane disoccupato. La nostra proposta infatti è proprio questa. Se Monti vuole davvero rimettere ordine nei conti di questo Paese, applicando una ricetta rigorosa di separazione tra ciò che serve e ciò che invece ci costa solamente, cominci dal sindacato. Dia un taglio ai privilegi su cui Cgil, Cisl e Uil fondano il loro potere. Limi le unghie alla triplice. L'economia statale ne guadagnerà. Ma anche quella del Paese. di Maurizio Belpietro [email protected]

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