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Antonio Socci, la replica a Pier Luigi Bersani: "Anche i morti di coronavirus sono vittime del comunismo"

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Venendo da una storia comunista, Pier Luigi Bersani, ex segretario del Pd, ha sempre la propensione alla demonizzazione dell'avversario tipica della casa. Lo si è visto nei giorni scorsi, quando, in un programma tv, si è lanciato a testa bassa contro il centrodestra: «Il messaggio che in Parlamento e fuori sta dando il centrodestra è una coltellata al Paese Questa gente qua mi viene il dubbio che se avessero governato loro non sarebbero bastati i cimiteri». 

È chiaro che non è facile difendere l'operato del governo Conte, ma cercare di farlo rovesciando la frittata così è davvero un modo sgangherato di far politica. Oltretutto dopo che il presidente Mattarella aveva invitato tutti all'unità morale e alla collaborazione. È la vecchia demonizzazione dell'avversario. A cui però Bersani aggiunge una sua personale tendenza all'autogol. Il primo dei quali è proprio l'evocazione di chi riempie i cimiteri. 

 

LA LISTA SI ALLUNGA
A riempire veramente i cimiteri infatti è stata la Cina comunista, da dove è dilagata nel mondo la pandemia. Non a caso Trump chiama il Covid-19 "il virus di Wuhan". Bersani dovrebbe sapere che a Wuhan non comandano né Salvini, né la Meloni, né Tajani: comanda il Partito comunista cinese. Bisognerebbe chiedersi dunque se i 33mila morti italiani e i quasi 400mila morti complessivi nel mondo, a causa del Covid, non si aggiungano alla lunghissima lista delle vittime del comunismo, che si contano a milioni. Proprio questo ha affermato a chiare lettere, giorni fa, il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon, nel Myanmar. Già il titolo della sua dichiarazione è eloquente: «Il regime cinese e la sua colpevolezza morale sul contagio globale». 

Il prelato ha ricordato la ricerca dell'Università di Southampton, in Gran Bretagna, secondo la quale, se la Cina fosse stata corretta, cioè se - invece di imbavagliare e reprimere chi aveva scoperto l'epidemia - avesse agito tre settimane prima rispetto al 23 gennaio, il numero di casi totali di Covid 19 si sarebbe potuto ridurre del 95 per cento. E anche agendo una settimana prima, la pandemia sarebbe stata ridotta del 66 per cento. Anche la recente inchiesta dell'Associated Press sui rapporti intercorsi fra regime cinese e Organizzazione mondiale della sanità, nelle prime settimane dell'epidemia, conferma i problemi. A causa di questi ritardi del regime, che per giorni scelse il negazionismo e addirittura organizzò manifestazioni di massa a Wuhan, si è «scatenato un contagio globale che ha ucciso migliaia di persone», ha affermato il porporato. 

 

Dunque, ha proseguito, per «il danno arrecato a tante vite umane nel mondo intero c'è un governo che ha la responsabilità primaria ed è il regime del Partito comunista cinese di Pechino». Ovviamente «non il popolo cinese. I cinesi sono stati le prime vittime di questo virus e sono state a lungo le principali vittime del loro regime repressivo. Ma sono la repressione e le bugie del PCC a essere responsabili». 

GESTIONE DISUMANA
Il cardinale citava coloro che avevano capito per tempo e sono stati messi a tacere, dal dottor Li Wenliang dell'ospedale centrale di Wuhan a due giovani giornalisti della città. E ricordava i comportamenti del regime «dopo che la verità era diventata di dominio pubblico» («il Centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie è stato ignorato da Pechino per oltre un mese»). Di fatto «bugie e propaganda hanno messo in pericolo milioni di vite in tutto il mondo». E ciò è accaduto, afferma il cardinale, perché in Cina sono abituali «la repressione della libertà di espressione» e la violazione dei diritti umani. 

La conclusione del cardinale Bo è durissima: «Con la sua gestione disumana e irresponsabile del coronavirus, il PCC ha dimostrato ciò che molti pensavano in precedenza: che è una minaccia per il mondo questo regime è responsabile, attraverso la sua negligenza e repressione, della pandemia che oggi dilaga nelle nostre strade». Che ne pensa Bersani? Non sarebbe il caso di parlare di questo? A dire il vero il suo compagno di partito Massimo D'Alema, nel libro che ha appena pubblicato, "Grande è la confusione sotto il cielo", arriva addirittura a elogiare la Cina e perfino per come ha gestito il dramma del coronavirus («ha saputo fronteggiare questa prova in modo più efficace rispetto a noi», in quanto «ha fatto la differenza un grado minore di individualismo, una maggior coesione sociale e l'esistenza di reti comunitarie»). In una recente conferenza poi D'Alema si è addirittura scagliato contro quello che ha chiamato «il partito anti-cinese» che - a suo dire - «è già all'opera anche in Europa in un clima di nuova guerra fredda». Quindi guai ad attaccare la Cina. 

Nelle prossime settimane però potrebbe perfino aggravarsi la responsabilità del regime di Pechino, visto quello che un personaggio di rilievo come sir Richard Dearlove, ex capo dei servizi segreti inglesi, ha dichiarato al "Telegraph": citando una ricerca di prossima pubblicazione, Dearlove ha spiegato che il virus sarebbe stato creato in laboratorio e ne sarebbe uscito per un incidente dando il via alla pandemia. Sarà interessante sentire cosa diranno Bersani e D'Alema. Nel frattempo va detto che un altro autogol è stato fatto dallo stesso Bersani quando ha cercato di mettere una toppa alla sua incredibile dichiarazione. Ha infatti spiegato di aver usato «un'iperbole» e ha aggiunto che ce l'aveva con Salvini che, alla manifestazione del 2 giugno, non avrebbe tenuto sempre la mascherina e non avrebbe osservato il distanziamento. 

Sembra un altro autogol perché proprio un esponente di Leu, il suo partito, occupa quel ministero della Salute che - come informazione sanitaria - a febbraio spiegava che «non è necessario indossare la mascherina per la popolazione generale in assenza di sintomi di malattie respiratorie». È lo stesso ministero che mandava in onda il famoso spot in cui si affermava che «non è affatto facile il contagio». Con tutto questo Bersani punta il dito sugli altri.

 

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