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Stefano Bonaccini con la polmonite? Come si è preso il coronavirus, altro che Zingaretti: una "lezione" al leader del Pd

Renato Farina
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Da alcuni giorni era sparito dalle televisioni. Che strano. E allora chi conosce la sua natura, in cui si fondono attivismo e vanità, si era preoccupato: il Bonaccini deve proprio star male. Così era e così è. Il Bonaccini è Stefano, 53 anni, governatore dell'Emilia Romagna, e si è beccato un Covid di brutta intensità. Su Facebook ha scritto ieri mattina: «Ho fatto il tampone di controllo, purtroppo ancora positivo. Vista la forte tosse persistente, poi, sono stato visitato e ho fatto ulteriori accertamenti. Mi hanno diagnosticato una polmonite bilaterale ad uno stadio iniziale.

Al momento, i medici ritengono che possa essere adeguatamente curato da casa, senza dover essere ricoverato». Sorpresa non c'è. I compagni, ma anche gli avversari, in consiglio regionale l'avevano previsto e persino consigliato inutilmente di farsi più stanziale, più tagliatelle e meno comizi sia pure con tutte le regole del caso. Sia durante la prima ondata sia nella seconda non ha mai rinunciato a esserci dappertutto. Ultimamente il pretesto era la presentazione urbi et orbi del suo libro: «Il virus si deve sconfiggere». Edizioni Piemme, una sessantina di pagine, e-book gratis. Regole ferme, cui attenersi con scrupolo ma senza panico e soprattutto senza smetterla di produrre ceramiche e valvole ad alta tecnologia; sanità pubblica a tutto gas, ma accettando l'aiuto anche del privato accreditato. Copiando letteralmente e senza nasconderlo da Zaia i tamponi rapidi e a tutta birra, le gare per i vaccini, perché bisogna associarsi a quelli bravi non a chi frequenta la stessa parrocchia ideologica.

 È la lezione del Nord che Roma e il Sud non hanno capito: salute e lavoro non sono nemici, l'una e l'altro vanno preservati con intelligenza e fermezza, perché simul stabunt vel simul cadent, cioè reggono o cadono insieme. Da questa consapevolezza che appartiene alla cultura operosa di questa parte trainante del Paese è frutto l'ordinanza di giovedì sottoscritta insieme da Luca Zaia (Veneto), Massimiliano Fedriga (Friuli-Venezia Giulia) e infine, costretto in quarantena, con la tosse, e il fiato che manca, firmato da lui, il Bonaccini. Un comunista da sempre ed ex comunista da quasi sempre, nato e vissuto da rosso, ma con nessuna volontà di morire in zona rossa per decisione del governo Conte e dei suoi tecnici dotati più di algoritmi che di buon senso. Contro questo potere romano, da marzo, è leale presidente dei presidenti delle Regioni, in rispettosa e un po' malandrina lotta al fianco dei migliori governatori rintracciabili nelle osterie d'Italia: quelli leghisti con cui ha veleggiato spinto dal medesimo desiderio di non accontentarsi della nuda vita biologica, ma dando fiducia alle imprese, e al ceto medio produttivo. È stato in Fgci, ultima nidiata di giovani figli di D'Alema, tale e quale Nicola Zingaretti. Ma che diversità antropologica tra i due. Lo si è visto davanti al Covid. Ci si piglia tra chi si assomiglia. Sono stati di due squadre diverse. Infatti a causa di questo empirismo empatico pro-Zaia & C, Zingaretti e soprattutto Dario Franceschini hanno preso a detestarlo. Hanno temuto che la sua popolarità guadagnata nella tempesta fosse una minaccia per la loro leadership nel Partito democratico, anch' essa pragmatica, ma non in funzione della sconfitta del Covid ma della permanenza al potere.

 

 

 

 

La gente quando rischia di crepare di polmonite o di fame, qualunque simbolo abbia votato, queste differenze le percepisce. Le sente a pelle. Bonaccini era pronto, mancavano solo un paio di camicie e di mascherine da infilare nella valigia per andare a Roma come segretario. Poi - e Bonaccini l'ha presa malissimo - Zingaretti è riuscito a far passare la sconfitta delle regionali di settembre come una vittoria, e Stefano è tornato ad essere un vortice tra Rimini e Parma, tra Modena e Ferrara. Certo, ci sono due tipi di differenze tra il trio Zaia-Fontana-Fedriga e l'eccezione rossa Bonaccini. La prima è quella che ha consentito al modenese di sfoggiare l'aureola senza che nessuno osasse levargli anche solo una foglietta di lauro: Stefano ha perennemente goduto di buona stampa, per il merito ovvio di famiglia politica. A differenza di Conte e Zingaretti non ha preso però alcun provvedimento d'emergenza senza sentirsi con tutti i sindaci, destra o sinistra non importa. Lo stesso tipo di consultazioni effettuate da Attilio Fontana. Come Fontana anche Bonaccini ha registrato sul suo territorio una spaventosa mortalità nelle Ars. Ma che diversità di trattamenti per lui da gazzettieri e procure sulla base dell'articolo invisibile della Costituzione secondo cui i compagni sono un po' più uguali degli altri.

 In fondo nell'immaginario della sinistra, l'Emilia Romagna resta la provincia più occidentale dell'Unione Sovietica, sopravvissuta come ologramma fantastico ai cataclismi della storia: non poteva certo essere un virus comunista, sia pure cinese, a uccidere la sopravvissuta. Alla fine però questa bestia microscopica ha preso al lazo Bonaccini. Non saremo noi a dedicargli cattiva stampa. E la seconda differenza? Questa è micidiale, ed è il lascito permanente della antica tessera comunista, una sorta di golden share sulla coscienza. Il governatore emiliano mantiene la postura mentale di chi ha accarezzato in sogno la barba di Marx. Anche quando fa scelte per la libertà economica, sanitaria e scolastica poi deve proclamare la fede statalista.

Concepisce la Regione autonoma sì, ma con regole socialiste. Chi giudica il bene e il male per la società, le famiglie e gli individui è l'autorità pubblica. È come se la deviazione da questo impianto fosse il permesso provvisorio ad evadere dai dogmi. Così: ha aperto e ritiene validi i tamponi rapidi effettuati dai privati convenzionati: però solo se positivi! Per tornare al lavoro devi aspettare la Asl, l'unica infallibile per decreto di Bonaccini. Il pubblico resta superiore! Ci dicono che Bonaccini abbia un carattere irosissimo. Le sue incazzature sono paragonabili alle sfuriate a freddo di Fanfani, pardon di Chruscev. Gli si gonfiano le vene del collo, farebbe paura a Gozilla. Adesso non c'è da arrabbiarsi, ma mettere in moto qualcosa di invisibile ma reale che è lo spirito agonistico in associazione con le buone cure. Battere il Covid è più interessante che sconfiggere la Destra. Da piccolo ha avuto un problema cardiaco che gli ha impedito di diventare calciatore professionista, ma fino a 38 anni è stato un bell'attaccante nelle serie minori e ha dimostrato una resistenza fisica impressionante. E il vizio di vivere intensamente.

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