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Ma D'Annunzio era un vero mito per la destra?

Esce postumo il volume che lo storico ha dedicato al rapporto tra i conservatori e il Vate: una questione ancora aperta
di Giuseppe Parlatovenerdì 5 giugno 2026
Ma D'Annunzio era un vero mito per la destra?

5' di lettura

A un anno dalla morte di Giuseppe Parlato (giugno 2025) esce nelle librerie italiane “D’annunzio un mito per la destra” grazie al lavoro dei due curatori Andrea Ungari e Simonetta Bartolini a cui il noto storico aveva consegnato il testo di questa straordinaria e originale ricerca su Gabriele d’annunzio, affidando loro il compito di trasmetterlo all’editore Cantagalli che si era impegnato a stamparlo. Pur sapendo che si approssimava la fine dei suoi giorni Parlato, provato e consumato dalla malattia, con una incredibile determinazione ha voluto testimoniare fino in fondo il suo amore per la storia e per l’insegnamento, consegnando al pubblico e al dibattito storico/letterario su Gabriele d’Annunzio un pensiero originale e documentato che vede nel Vate una personalità che non può essere definita ne fascista né antifascista, ma solo e unicamente dannunziana. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore Cantagalli, alcuni stralci dell’introduzione e della conclusione al libro firmate dall’autore.

Dopo la seconda guerra mondiale, d’Annunzio sembrava definitivamente defunto. Anzi, lo era certamente, e non solo all’anagrafe. Forse lo era già da prima del marzo 1938, quando la parte più cospicua della cultura italiana, fascista e non fascista, decretava che il Poeta di Pescara fosse un dimenticato da tempo. Non parliamo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando sul Vate si abbatte la polemica politica antifascista e d’Annunzio fu accusato di essere il Giovanni Battista del regime e, come tale, messo all’indice da cattolici, comunisti, socialisti, ecc. Tutto ciò di cui il Vate si era reso responsabile, dalla poesia alle azioni di guerra, dal teatro alla legislazione, tutto divenne negativo, retorico, decadente, inutile, anzi dannoso eticamente dal punto di vista educativo verso le nuove generazioni.

Nella migliore delle ipotesi, il personaggio fu fortemente caricaturizzato, dileggiato, anche da una destra che preferiva, alle suggestioni rivoluzionarie del Comandante, una visione più compassata e conservatrice della società liberale, come ha dimostrato il caso di Montanelli, che il Vate proprio non amava. In realtà, un settore della politica italiana – e di conseguenza della cultura – continuo a individuare in d’Annunzio un riferimento significativo: parliamo della destra del dopoguerra, un settore che dal punto di vista culturale è stato sempre trascurato e del quale raramente si sono cercati di individuare filoni e modalità di azione culturale, preferendo insistere piuttosto sull’assenza di cultura di questo ambiente politico, più vocato alla violenza che allo studio. Pertanto, in questa ricerca non si troverà indicata l’attività di valorizzazione di d’Annunzio svolta dal Vittoriale nel corso degli anni, in quanto attività istituzionale e, soprattutto, svolta da un ente dello Stato che certamente non ha mai appartenuto né ha mai fatto riferimento all’area della destra.

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QUESTIONE COMPLESSA
Questo libro, come molti, nasce un po’ per caso. Quando, nella primavera del 2022, il dott. Simonelli mi chiese, per conto del Presidente del Vittoriale, Giordano Bruno Guerri, di partecipare al convegno che si sarebbe tenuto a settembre a Pescara, mi propose il tema del mito di d’Annunzio nella destra del secondo dopoguerra. Ne fui particolarmente felice perché pensavo di risolvere il problema rapidamente, di preparare una relazione più interpretativa che di analisi approfondita, ritenendo che comunque vi fosse poco d’Annunzio (o un d’Annunzio poco rilevante) nella storia della destra italiana, visti anche i non facili rapporti tra il Vate e il duce del fascismo, al quale in buona misura, molta destra del dopoguerra si riferiva. In realtà, fui smentito fin da una prima superficiale analisi. Di d’Annunzio, ce n’era parecchio e soprattutto variamente interpretato. Nessuno, o quasi, ne parlava esplicitamente male; alcuni non ne parlavano proprio.

Altri ne parlavano troppo. Tutti lo tiravano per la giacca a dimostrare questa o quella linea alla quale la destra, o parte di essa, avrebbe dovuto riferirsi.
Nessun mito della destra fu liberamente interpretato come quello del Comandante. Tutto ciò mi incuriosì e, fatta diligentemente la relazione al convegno pescarese, mi misi al lavoro; un lavoro che si è allargato notevolmente ma che mi ha permesso di incontrare personaggi maggiori o minori che del Poeta si occuparono: fascisti che lo stimavano, fascisti che non lo consideravano più valido, fascisti che cominciarono a detestarlo dopo la morte e continuarono a detestarlo da comunisti dopo la guerra. E poi: evoliani che non lo sopportavano ma che si limitavano a non parlarne, ritenendo, giustamente, che il silenzio fosse la condanna peggiore; fascisti di sinistra che lo adoravano per Fiume; fascisti monarchici e nazionalisti che lo odiavano sempre per Fiume. E così via. Insomma, un d’Annunzio per tutte le correnti politiche della destra.

Poi, in occasione del centenario della nascita, nel 1963, una iniziativa culturale seria a destra riportò d’Annunzio nei binari esatti della critica letteraria e storica, realizzata da un personaggio non molto conosciuto neppure a destra, ma di grande valore, Nicola Francesco Cimmino. Di qui, cominciava un’altra storia, anche perché nel frattempo alcuni storici, in primo luogo De Felice – che di destra non era – con le loro ricerche definirono meglio il d’Annunzio politico e ciò consentì alla destra di raggiungere una sua visione unitaria dell’ingombrante personaggio.

Ma d’Annunzio non significa solo poesia e storia; anche la politica entrò pesantemente nella valutazione del d’Annunzio del dopoguerra: di questo e importante rilevare la vicenda del Vittoriale, tra il 1945 e il 1960, durante la lunga e controversa presidenza di Eucardio Momigliano, sicuramente il più contestato (da destra) e il meno dannunziano di tutti i presidenti della Casa del Vate. O come ha dimostrato l’interesse per il Vate da parte del mondo degli esuli giuliani, istriani e dalmati. (...)

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CONCLUSIONI
(...) Una risposta al punto interrogativo del titolo, se cioè d’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura della destra, non è facile a darsi. Non tanto perché non lo sia stato, come in effetti si ritiene di avere dimostrato in questa ricerca, nella quale il suo nome è stato variamente interpretato. Il problema, forse non è questo: piuttosto c’è da chiedersi di quale cultura avesse bisogno la destra dal 1945 in poi. Se guardiamo ai modelli, campeggiano Giovanni Gentile, Julius Evola e, forse, limitatamente, i cattolici. Poco, quasi per nulla i conservatori. La destra nell’immediato dopoguerra intendeva avere modelli che dessero risposte immediate alla tragedia della fine del fascismo. Gentile è stato un riferimento soprattutto perché ucciso dai partigiani. Evola invece riuscì a chiarire il senso della distruzione di un mondo retrodatando alla rivoluzione francese la causa della fine dei valori tradizionali e in questo, come sostenne Gianfranceschi, diede delle risposte convincenti a una cultura sbandata dalle troppe sfumature del fascismo, non più visto da destra.

D’Annunzio invece non dava, non aveva mai dato, risposte organiche. La sua era la mistica della bellezza applicata alla politica. Attirava ammiratori non discepoli. Ma ciò nonostante, negli ottanta anni in cui si articola questa ricerca, in maniera carsica, complessa, a-ideologica, d’Annunzio è presente, più nel sentimento che nella struttura ideologica. Come sarebbe piaciuto a un Poeta.

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