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Facciamo le corna per paura della realtà

E tuttavia, come amava ripetere (e ammonire) il grande Eduardo De Filippo: "Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male"
di Alberto Frajadomenica 26 luglio 2026
Facciamo le corna per paura della realtà

4' di lettura

Sgombriamo subito il campo da ogni possibile equivoco. Il nuovo libro di Normando Lambezzi, Per fortuna ci sono le corna (Samus editore, 256 pagine, 17 euro), non è un elogio del tradimento coniugale ma un viaggio nell’universo multiforme delle credenze, delle superstizioni e delle magie della tradizione popolare italiana esaminate da un’angolatura diversa dal solito: quella della magia, dei riti scaramantici, dei sortilegi e degli incantesimi di cui il gesto delle corna rappresenta l’espressione più diffusamente manifesta. La prima cosa che l’autore si chiede è la seguente: cos’è la superstizione? «Dal punto di vista antropologico la si può definire come un residuo della componente magica che alle origini del mondo caratterizzava il pensiero umano nella spiegazione dei fenomeni naturali», scrive l’autore. Una paura, insomma, del reale, del tangibile che ci spinge a crearcene una illusoria, fatta di demoni e dèi, streghe e maledizioni. Timorosi stati di dipendenza esistenziale da invisibili voleri soprannaturali, in cui molti studiosi (da Epicuro, a Lucrezio, a Freud) hanno peraltro rinvenuto il maturarsi stesso del concetto di religione.

Cogliendo fior da fiore dal paniere di malocchi e jettature varie preparato da Lambezzi, non si può non cominciare dal classico dei classici: la violenza avversione verso le (cosiddette) streghe, «Nella società contadina di un tempo non vi era sciagura di cui non fossero considerate responsabili. Sovente identificate in vedove senza figli, zitelle inacidite, vecchie guaritrici di campagna, le più pericolose in assoluto, tra quest’ultime, erano ritenute quelle che vivevano solitarie in mezzo ai boschi e immediatamente riconoscibili per aver il viso perennemente graffiato dagli spini dei rovi, tra i quali si aggiravano alla ricerca di malefiche erbe, o, come si diceva, dalle unghie dei numerosi gatti dei quali amavano circondarsi», scrive l’autore.

Nella Valle Tiberina toscana, per dire, le megere erano ritenute responsabili di eventi atmosferici i più devastanti: là dove il tempo volgeva al peggio si diceva amassero danzare e far baldoria. Una convinzione diffusa anche nel Friuli. Non solo. In Basilicata, nel corso della prima notte di nozze, era d’uso mettere due valenti uomini della famiglia di guardia alla porta della camera, per impedire alle streghe di entrarvi, Il perché è presto detto: le streghe erano ritenute capaci di procurare aborti, “potere” peraltro condiviso da Innocenzo VIII, che era un papa. E dei gatti neri? A Roma, ogni micio corvino che entrasse in un’abitazione per un pertugio, veniva considerato lo spirito di “un cattivo genio” (a dire il vero in Sicilia, ancora oggi, vederselo arrivare di soppiatto in casa, porta malissimo). Altri animali che più si ritenevano forieri di inauspicata itinera (sfavorevoli cammini) erano soprattutto lepri e serpenti.

Ancora. Una delle forme più bislacche per contrastare ogni tipo di sciagura derivante da incontri e influenze negative, era l’ostentazione da parte delle donne del proprio organo genitale, alzandosi repentinamente e con energia le sottane. «Questi poteri attribuiti al didietro delle donne, per contrastare le avversità, non sono da escludere che derivino dal grande valore nutritivo che nelle antichissime società matriarcali si attribuiva a tali voluminose e corpulente forme del corpo femminile, nella gestazione di una sana e robusta progenie», svela Lambezzi. Perfino l’innocuo starnuto era convinzione comune portasse sfiga. Da sempre presagito di cattivo augurio, per la salute di un individuo che ne ha appena emesso uno, furono tante le formule attraverso cui si cercava di scongiurare la maleficità ritenuta ormai incombente sulla persona. “Salute!”, “Santo e vecchio!”, “O cent’anni!”, “Che Dio t’aiuti!”, “Che il Signore ti guardi!”.

Sposarsi a maggio? Non sia mai. Nella Palermo di fine Ottocento, tanto era considerato dannoso farlo, si legge in una nota riportata in Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano di Giuseppe Pitré, da far diminuire di circa la metà il numero dei matrimoni che vi si contraevano rispetto a tutti gli altri mesi dell’anno. Consuetudine che non si mancava di rispettare anche in molte altre regioni italiane, tra cui la Sardegna. A rendere maggio così poco propenso alle nozze era il fatto che, essendo considerato il mese nel quale si sentivano maggiormente ragliare gli asini, lo si riteneva il periodo da loro preferito per accoppiarsi («Maggio in fiore, tutti gli asini vanno in amore», si cantilenava). Se vi si fossero uniti sessualmente anche due esseri umani appena sposatisi, forti erano i timori di potervi concepire dei figli con dei tratti fisionomici e modi di agire tipici di questi quadrupedi ingiustamente ritenuti stupidi e testardi.È evidente che, nell’epoca della Intelligenza Artificiale, certe credenze non godano più di un briciolo di credibilità. E tuttavia, come amava ripetere (e ammonire) il grande Eduardo De Filippo: «Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male».